Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Dalla parte del migrante – 2

In questi giorni in cui, dopo mesi, tra il bambino della Sierra Leone ritrovato solo al Brennero e l’intervento delle organizzazioni internazionali in Libia si è tornato a parlare di migranti, ho finito di leggere un libro, “Appunti per un naufragio” di Davide Enia. È un racconto autobiografico, di un uomo – palermitano – che è entrato in contatto con Lampedusa e ci si è tuffato, l’ha vissuta, ha raccolto informazioni e testimonianze, speso giudizi e riflessioni su quanto stia accadendo lì; ed è la storia di come questo gli abbia cambiato la vita.

Nel mare di parole sull’argomento, poche aiutano a capire la situazione come queste, pochissime portano così a pensare e a concludere che, almeno in parte, non ci stiamo capendo nulla. Assumiamo una prospettiva sbagliata, soprattutto chi è nella posizione di poter cambiare le cose.

È questo il motivo per cui sarebbe bello che un giorno non solo Macron, Kurz e la nuova leva di leader politici europei, il Governo italiano e quello libico, ma anche funzionari, diplomatici, burocrati, membri di commissioni e organizzazioni internazionali – gente che potrebbe alzare la mano o almeno spendere un briciolo di tempo in più sulla questione – arrivassero a leggere brani come questo:

Sai quando cominciai davvero a capire cosa stava succedendo, Davidù? Fu grazie a un curdo sbarcato sull’isola. […] Poteva avere una quarantina d’anni, era professore di qualche materia scientifica, chimica forse, non ricordo bene ‘sto particolare. Era venuto a bersi un caffè qui da noi. Ridevamo e scherzavamo, un po’ in inglese, un po’ in francese. A un certo punto il curdo ci raccontò una barzelletta. Ascoltarla fu come aprire gli occhi: nonostante tutto – il carcere in Libia, la traversata allucinante che aveva affrontato durata giorni e giorni, la famiglia abbandonata a casa – ecco, il fatto che ci stesse raccontando una barzelletta mi fece capire che queste persone non erano astrazioni o titoli di giornali, erano proprio esseri umani. So che può sembrare una forzatura, ma non lo è, credimi. So anche che non ci faccio una bella figura, ma ci è voluta una barzelletta per farmi realizzare che c’era un racconto tutto sbagliato su cosa stava accadendo. […]

Prima io ero portata a vedere soltanto il loro carico di sofferenza, i corpi smagriti, i lividi, le cicatrici, gli occhi impauriti. Guardavo queste persone da un piedistallo, capisci? Da una posizione per cui loro, proprio perché qui ricevono aiuto, sono e saranno sempre in difetto. E invece in quel momento, durante la barzelletta, iniziai a intuire la profondità delle storie di ogni singola persona transitata qui. Certo, mica potevo capire il dolore di quelle esperienze, ma avevo appena compreso che era ed è un errore gigantesco trattarli in maniera così ottusamente paternalista. C’è altro, oltre la disperazione. C’è la voglia di riscatto e di una vita migliore, ci sono le canzoni e i giochi, i desideri di alcuni cibi in particolare e la voglia di scherzare con gli altri. E comunque, la barzelletta è chista ccà. Un curdo muore e viene mandato all’Inferno. Lì passa il tempo a piangere. Arriva un angelo e gli chiede: “Curdo, perchè piangi?”. Il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. L’angelo decide di intervenire: “Va bene, vieni con me”. E porta con sé il curdo in Paradiso. Lì, manco il tempo di sistemarsi e il curdo ricomincia a piangere, disperato, senza smetterla più. Si presenta allora il buon Dio in persona. “Curdo, perchè piangi?”, domanda. E il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. E Dio gli dice: “Non va bene neanche il Paradiso? E dove vuoi andare?”. E il curdo risponde: “In Germania”.

Why we need men

With the Harvey Weinstein affair going on, social media has been flooded with the hashtag #metoo and #balancetonporc, used by women to speak up about their aggressors. It was meant for everyone to understand the extent of the sexual harassment.

It was hard to see. It was hard to see so much sufferance, and how many stories had been kept secret for so long. To see how difficult it is to speak up about this and how complicated it is for others to hear the stories. Sexual harassment calls for such deep wounds in one’s integrity that our society doesn’t have the keys to respond to it.

It was hard to see how many people did not realize the scale at which sexual harassment occurs; to see that most of these people were men. I still believe most of the men feel strongly about women’s rights, and support the fight; they think it’s terrible what women go through, and they firmly condemn the perpetrators, but how many of them will speak up about it? We need everyone to set the limits, not only women. We need a society capable of standing up against that latent sexism it is built on.

Nowadays, talking about “gender equality”, we hear a “women’s issue” and that feminism is a women’s thing. The only way it will change, is by making “gender equality” a universal fight, not only for women.

Jackson Katz said: “We talk about how many women were raped last year, not about how many men raped women last year. We talk about how many girls in a school district were harassed last year, not about how many boys harassed girls. […] So you can see how the use of the passive voice has a political effect. It shifts the focus off men and boys on to girls and women. Even the term ‘violence against women’ is problematic. It’s a passive construction; there’s no active agent in the sentence. It’s a bad thing that happens to women, but when you look at that term ‘violence against women’, nobody is doing it to them. Men aren’t even a part of it!”

This shows how our society sees gender inequality. Down to the way we speak about it, the women are discriminated. Words matter, they influence the way we think, the way we act and the way we see our society. Without taking into account the damage this can do to her, calling a girl a “slut” for the way she is dressed might be a joke, but a guy may not see it this way, and believe it: this is what needs to stop. We all need to question the norms and “jokes” we have been accepting for too long that lead to sexual abuse.

Everyone should be free of going wherever they want, at any time of the day or of the night without thinking about how they are dressed and how they look. No one should be catcalled and choose to walk 10 more minutes to avoid a gloomy path. Women should be able to wear skirts and dresses without getting suggestive looks from their co-workers all day. If we all start questioning this, men and women, it will change the way we see things: it’s a matter of respect, it’s a matter of the words we use and the way we talk, the jokes we say.

I strongly believe the only way to achieve this is to raise boys as feminists, to educate our kids about respect and about limits. Why would we teach our girls to be careful instead of educating boys about consent? Teaching boys and girls to be feminist gives them a sense of justice, empathy and strength, and helps them escape the “gender norms” they are pressured to fit into. It will make them feel comfortable with themselves and help them stand up for what’s right and call out their friends when a joke is going too far.

 

di Sidonie Meynial


Sin dal principio dello scandalo Weinstein i social media sono stati inondati dagli hastags #metoo e #balancetonporc, utilizzati da milioni di donne per raccontare dei loro aggressori. L’obiettivo è quello di far comprendere in maniera diffusa la grandezza del fenomeno delle molestie sessuali.

È difficile da vedere. È difficile comprendere così tanta sofferenza, e quante storie sono state tenute segrete per cosi tanto tempo; vedere quanto sia difficile parlare di ciò e quanto complicato sia per gli altri ascoltarle. Una molestia sessuale richiama ferite così profonde nell’integrità della persona che la nostra società non ha le chiavi per rispondere ad esse.

È difficile vedere quante persone non abbiano realizzato la portata di questo fenomeno: è difficile scoprire che tra tutte le persone che non lo comprendono, la maggior parte siano uomini. Non che io non creda che una buona parte degli uomini sia empatica nei confronti dei diritti delle donne, anzi credo che ne supporti la battaglia; gli uomini pensano che l’esperienza a cui molte donne vanno incontro sia terribile e condannano fermamente chi la commette, ma quanti di loro la denunceranno? Tutti devono stabilire un limite di sopportazione, non soltanto le donne. Serve una società capace di condannare il sessismo latente sul quale è costruita.

Oggi, quando si parla di uguaglianza di genere, sembra troppo spesso che il femminismo sia un problema soltanto delle donne. L’unica maniera per cambiare questa prospettiva è fare dell’uguaglianza di genere una battaglia universale, non soltanto delle donne.

Jackson Katz ha detto: “Si parla di quante donne sono state violentate lo scorso anno, non di quanti uomini le hanno assalite. Si parla di quante ragazze sono state molestate lo scorso anno in un distretto scolastico, non del numero di ragazzi che le hanno aggredite. […] Così si può vedere come l’utilizzo di una voce passiva abbia un effetto politico. Sposta i riflettori lontano dagli uomini e i ragazzi e li punta verso donne e ragazze. Anche il termine “violenza contro le donne” è un problema. È una costruzione passiva; non viene infatti specificato l’agente attivo nella proposizione. È un’esperienza terribile per le donne, ma quando si guarda a “violenza contro le donne” sembrerebbe che nessuno la stia commettendo nei loro confronti. Gli uomini non sono neanche lontanamente parte di tutto ciò!”

Questo racconta molto di come la nostra società guardi alla diseguaglianza di genere. Per quanto a fondo se ne possa parlare, le donne sono discriminate. Le parole contano, influenzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui ci comportiamo e anche il modo in cui vediamo la nostra società. Infatti, senza prendere in considerazione quanto possa ferirla, chiamare una ragazza “puttana” per come si veste potrebbe passare per uno scherzo, ma qualche ragazzo potrebbe prendere la cosa sul serio e finire con il crederci: è questo che deve finire. Tutti noi dobbiamo riflettere sulle norme e sugli “scherzi” che abbiamo accettato per troppo tempo e che possono portare all’abuso sessuale.

Tutti dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza pensare a come sono vestiti o all’apparenza estetica. Nessuno dovrebbe essere messo in imbarazzo e scegliere di camminare dieci minuti in più per evitare una strada buia. Le donne dovrebbero avere il diritto di mettersi gonne e vestiti senza dover ricevere sguardi ammiccanti dai colleghi, tutto il giorno, ogni giorno. Se tutti iniziassimo a mettere in discussione questi atteggiamenti, sia uomini che donne, potremmo cambiare il modo in cui guardiamo alle cose: è una questione di rispetto, delle parole che utilizziamo e la maniera in cui parliamo.

Io credo fermamente che l’unico modo per ottenere questo risultato sia crescere i bambini come femministi, educarli al rispetto e, soprattutto, a riconoscere e rispettare i limiti. Perché dovremmo insegnare alle nostre figlie a stare attente piuttosto che educare i figli alla comprensione? Insegnando a ragazzi e ragazze ad essere femministi, si danno loro le basi per sviluppare un senso di giustizia, empatia e forza in grado di farli uscire dalle “norme di genere” che altrimenti si sentirebbero in dovere di rispettare. Li farà sentire bene con se stessi e li aiuterà a difendere i diritti e a rimproverare i loro amici quando uno scherzo andrà troppo in là.

 

Berlin ist arm, aber sexy

Sono arrivato a Berlino a fine giugno per un periodo di studio estivo, per avvicinarmi alla lingua tedesca, una lingua ostica e complicata, ma senza la quale è impensabile avere una piena e soddisfacente esperienza di vita in Germania. Infatti, nonostante in città si possa dialogare in inglese senza nessun problema, la conoscenza della lingua permette di comprendere alcuni aspetti della cultura tedesca, e nello specifico berlinese, che altrimenti verrebbero inesorabilmente persi. Non è stato certo questo il mio primo trascorso berlinese, ma per la prima volta ho deciso di lanciarmi solitario e per un periodo medio-lungo alla scoperta della città, con l’obiettivo di trasfromare le straordinarie sensazioni ed emozioni dei miei precedenti soggiorni in un’idea più ampia e matura dell’unicità di questa città piena di storia. Per rendere questa esperienza completa, però, un corso di lingua non è sufficiente; serve avere coraggio, lanciarsi, cercare di intercettare persone del luogo per scoprirne i segreti e le iniziative. Questo è quello che ho fatto.

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Dalla parte del migrante

 

Riassunto di un dialogo, fatto di incontri e scontri, durato tutta l’estate e che non deve finire con i primi venti autunnali; resoconto di un paese in cui le istituzioni democratiche scricchiolano di fronte al problema dell’integrazione e alle spavalde rivendicazioni di gruppi neofascisti, mentre sembrano dimenticarsi che il loro primo dovere è proteggere i diritti dei propri cittadini, come dimostra il caso Regeni.

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Licenziato perchè troppo diverso

Quando “in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più”, ecco che l’estate è finita e momenti indimenticabili sono già un ricordo, per dirla alla Ringhiera. Eppure alcune questioni estive sono più resilienti di altre e neanche il calo di temperatura riesce a farle sbollire.

All’inizio di agosto, per essere precisi il 7, James Damore, ingegnere di Google, è stato licenziato per aver pubblicato sulla rete intranet dell’azienda un documento di 10 pagine intitolato Google’s ideological echo chamber (scaricabile qui), con il quale cerca di aprire un dibattito sulla diversità e fare breccia nella monocultura di stampo liberal che pervade gli ambienti della società californiana.

Da allora, i giornali, in particolare statunitensi, hanno infiammato l’accaduto, tanto più ora che, oltreoceano, quello del free speech è diventato un tema capace di guidare i sentimenti dell’opinione pubblica.

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La città di tutti – Istituzioni

La priorità delle istituzioni cittadine deve essere una: fare in modo che tutti i residenti possano muoversi, lavorare e divertirsi liberamente, che i turisti possano godere di una città autentica e che i bambini possano crescere in un ambiente sano. Questo succede offrendo un servizio pubblico (dai trasporti ai bagni pubblici, dall’edilizia ai permessi) adeguato alle richieste dei propri cittadini. I centri storici vanno tutelati, chiusi al traffico e valorizzati sfruttando la loro inestimabile bellezza; le periferie vanno incluse e dunque attendiamo con ansia gli sviluppi del “Bando delle Periferie” lanciato dal governo nel 2016 con lo scopo di garantire fondi (pochi, ma pur sempre una buona base di partenza) per la riqualifica di intere aree dismesse o in degrado in 120 comuni d’Italia.

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La discendente parabola ischitana

 

Un pensiero rivolto al luogo

che più mi sta a cuore

 

L’Isola Verde, così è da sempre chiamato questo piccolo isolotto che chiude, a nord-ovest, il golfo di Napoli. I greci stabilirono qui la loro prima colonia nel VIII secolo avanti Cristo, la chiamarono Pithecusae; una colonia simbolo dell’incontro di civiltà che era il Mediterraneo, dove commercianti greci, etruschi e fenici scambiavano vasi e  prodotti di artigianato. Da sempre la vita straripa sull’isola, in tutte le sue forme: alberi e arbusti crescono dal mare fino alla cima del Monte Epomeo, che domina il golfo dall’alto dei suoi oltre settecento metri; i conigli convivono con gli abitanti e non è raro incontrarli camminando tra le antiche case dei piccoli borghi di montagna. È un’isola atipica, rocciosa e impervia. Arrivando dal mare si intravedono piccole baie, come quella di San Pancrazio, e grotte sottomarine che sono irraggiungibili dall’alto. Muovendosi via terra, invece, capita spesso di imbattersi di chioschi di frutta e verdura coltivati sulle pendici dell’Epomeo con anziani comari che offrono vini locali ai turisti moderando il loro strettissimo accento. È un’isola di una bellezza sinuosa, Ischia, dove mare, monti e acque termali interagiscono costantemente e anche il passaggio dell’uomo ha lasciato bellezze uniche nel loro genere: il Castello Aragonese e il borgo di pescatori di Ischia Ponte, la Chiesa del Soccorso a Forio, le antiche terme e gli acquedotti romani sono soltanto alcune delle meraviglie costruite dai diversi popoli che si sono avvicendati sull’isola.

È stata dunque un simbolo del progresso artistico della civiltà occidentale, un simbolo della grande integrazione del Mare Nostrum, di tutti noi che lo abbiamo abitato: italiani, greci, libici e siriani.

Stanotte, però, Ischia è stata travolta da morte e distruzione. Un terremoto ha scosso l’intera isola come nel 1883; subito dopo, un blackout ha lasciato tutti al buio, quasi come se la natura si fosse vergognata di far vedere ai nostri occhi lo sfregio che essa stessa ha imposto all’isola, una sorta di pentimento. Eppure, come spesso succede in queste situazioni, ad emergere come primo colpevole è invece l’uomo: come è possibile che un terremoto di magnitudo 4.0 abbia distrutto intere abitazioni e l’unico ospedale presente sull’isola sia stato evacuato in emergenza? La risposta è tanto amara quanto attuale. Nel 2017, Ischia è il simbolo di un’Italia abusiva e abusata, dove si costruisce per pura speculazione, per la “bella vista”, quella del mare, davanti o sopra a tutti gli altri. È così che crollano le case, quella più a monte non è costruita a norma e scivola giù su un’altra subito sotto, le cui fondamenta sono fatte di cartapesta, e allora anche lei crolla sulla casa del vicino. In questa maniera si parte dalla cima del monte e i crolli arrivano fino a mare. E ad Ischia, purtroppo, di case abusive ce ne sono tante, troppe. Passando sotto costa in barca si vedono interi boschi abbattuti per fare spazio a case con vista, alte due o anche tre piani, con tubature scoperte e pali dell’elettricità pericolanti. Ci sono anche case bellissime, ma abusive, in tutta l’isola se ne contano ufficialmente più di mille. Andrebbero abbattute, ma l’incompletezza delle legislazioni e la latitanza delle istituzioni lasciano troppo potere a chi, dagli abusi, ci guadagna.

Ad Ischia, come nel resto d’Italia, è fuori luogo parlare di abuso di necessità, questo termine andrebbe anzi abolito. L’abuso edilizio è un crimine e come tale va perseguito perché l’uomo, diversamente dai fenomeni naturali, è un animale senziente e di fronte ai propri scempi non può permettersi soltanto di provare vergogna, ma ha anche il dovere inderogabile di rimediare ad essi.

di Emilio Caja

Una giornata all’italiana

Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.

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Non spegnerete LUMe

A guardare indietro oggi dal vicolo Santa Caterina di Milano l’otto Aprile 2015 e tutte le speranze che quella giornata aveva portato con sè sembrano proprio lontani. Non tanto perché sono passati due anni, il tempo da solo spesso non basta ad allontanare i ricordi, bensì perché tutto adesso pare diverso. O meglio, l’irruzione della polizia di questa mattina ha cambiato i nostri umori e le nostre prospettive e questo è bastato per far sì che il mondo intero adesso sia per noi un posto meno bello.

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