EU authorities’ response to “the worst financial crisis in the last 7 decades”

[Il seguente studio è stato redatto da Andrea Noseda per un progetto di Policy design della Scuola di Politiche qualche mese fa, come introduzione a un paper intitolato How to boost EU resilience to future crises. Avendolo ritrovato in un e-mail in questi giorni pensiamo che sia importante pubblicarlo per sfatare alcuni miti che vedono le istituzioni europee immobili ed incapaci di fornire una risposta decisa alla crisi del 2007-2008]

Since the bursting of what Juncker defined as “the worst financial and economic crisis in seven decades”, Europe’s ability to prevent and respond to economic crises has been strongly questioned. It should be enough to notice that the GDP pro-capita in the US had gone back to the pre-crisis level of 2007 within less than five years, while in Europe this only happened after 9 years, in April 2016. The feeling in that Europe was dramatically unprepared and not structured to bear such a disastrous event. Since then, many rules, mechanisms and institutions have been set up in order to be able to prevent and have a prompter and more efficient response to further future crises.

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Il paradosso di Hegel

Alla luce del quadro tracciato da Andrea nell’articolo Ground Zero, credo che prima di rispondere alle domande, assolutamente legittime e ottimo spunto di riflessione, sia però necessario riflettere sulle possibili evoluzioni della politica internazionale e, in particolare, sul ruolo dell’Unione Europea in un futuro a lungo termine. Per delineare un piano di riforme sostenibili tanto dal punto di vista economico quanto da quello politico bisogna anche analizzare quali saranno i rapporti di forza nei prossimi anni.

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Ground Zero

Una settimana fa Seth Meyers, conduttore di Late Night, si è rivolto sarcasticamente ai suoi spettatori:

That’s a problem for a lot of Americans: they just don’t love the two choices. Do you pick someone who’s under federal investigation for using a private email server? Or do you pick someone who called Mexicans rapists, claimed the president was born in Kenya, proposed banning an entire religion from entering the US, mocked a disabled reporter, said John McCain wasn’t a war hero because he was captured, attacked the parents of a fallen soldier, bragged about committing sexual assault, was accused by 12 women of committing sexual assault, said some of those women weren’t attractive for him to sexually assault, said more countries should get nukes, said that he would force the military to commit war crimes, said a judge was biased because his parents were Mexicans, said women should be punished for having abortions, incited violence at his rallies, called global warming a hoax perpetrated by the Chinese, called for his opponent to be jailed, declared bankruptcy six times, bragged about not paying income taxes, stiffed his contractors and employees, lost a billion dollars in one year, scammed customers at his fake university, bought a six-foot-tall painting of himself with money from his fake foundation, has a trial for fraud coming up in November, insulted an opponent’s looks, insulted an opponent’s wife’s looks, and bragged about grabbing women by the pussy? How do you choose?

Avrei aggiunto un paragone tra le figure al fianco dei candidati: Melania ha doti indiscusse, non la fantasia e la brillantezza. Comunque, non ha avuto molto effetto.

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La Coppa Italia, specchio del Paese: una ricetta per la ripresa nazionale

C’è molto dietro al gol di Alvaro Morata che, dopo 110 minuti, ha indirizzato in modo definitivo la finale di Coppa Italia del 21 maggio. Più di ogni cosa, ci sono due società. La prima è la Juventus, che ha giocato male, sofferto, demeritato, ma ha vinto. La seconda è il Milan, che ha avuto un ruggito di orgoglio. Poi, come da pronostico, inesorabilmente ha perso.

Forse non è chiarissimo, ma sullo sfondo c’è il nostro Paese. Che si trova a metà strada, “tra un domani che arriva, ma che sembra in apnea / e i disegni di ieri, che non vanno più via”¹, e che ha bisogno di rialzare un po’ la testa.

Provare a capire come è il primo passo per farlo.

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La dittatura di Ceausescu e la sua pesante eredità

Tra il 1965 e il 1989 l’allora repubblica socialista romena (RSR), attuale Romania, è stata governata da Nicolae Ceausescu. Egli, dapprima segretario del PCR (partito comunista romeno), a partire dagli anni ’70, instaura una dittatura destinata a segnare profondamente la vita del paese e della popolazione romena: le drammatiche conseguenze della politica del Conducator (dittatore) restano ancora oggi palpabili e costituiscono una pesante eredità con cui il governo deve confrontarsi.

Nei primi anni del proprio segretariato Ceausescu proseguì il processo di derussificazione e destalinizzazione, già avviato dal predecessore Gheorghiu-Dej, e al contempo intraprese una politica di parziale apertura nei confronti dell’Occidente. Il governo di Bucarest non era più allineato alle decisioni di quello di Mosca, tant’è che in occasione della cosiddetta “Primavera di Praga” la RSR fu l’unico stato facente parte del patto di Varsavia a rifiutarsi di inviare proprie truppe armate: all’interno del coeso blocco sovietico si aprì una breccia che verrà sfruttata dai governi occidentali.

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