Dare confidenza agli altri: un approccio filosofico

Chi ama la filosofia sa bene che nel pensiero e nelle usanze degli antichi (greci e romani) siamo soliti ritrovare non solo le fondamenta della nostra civiltà, ma anche delle brillanti intuizioni, e non solo filosofiche o scientifiche. Per esempio, non sarebbe affatto azzardato affermare che l’età medievale ha costituito per certi versi un regresso in termini giuridico-politici. I sistemi politici delle democrazie contemporanee trovano molte più somiglianze nel modello di polis greca che nel feudalesimo. Il sistema feudale medievale costituisce anzi un esempio negativo a cui spesso si ricorre tramite metafore per fare polemica verso certi contesti giudicati – spesso a ragione – oggetto di controversia (ad esempio quando si indica il costituirsi di tal monopolio nel mercato o di un sistema influenzato dai cd. ‘poteri forti’; le varie élite politico-finanziarie, il costituirsi di ‘caste’ in determinati settori occupazionali, il fenomeno noto in Italia come ‘familismo’, ecc…).

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La verginità emotiva

La parola verginità viene di norma associata alla sessualità, ma non è l’unica sfera concettuale che essa abbraccia. Il giorno in cui ho perso la verginità nella mia mente nascevano e morivano pensieri tutt’altro che connessi all’erotismo, o meglio, forse collegati solo indirettamente ad esso. La mia verginità indica anche uno stato di interezza, o meglio di purezza che è andato in frantumi a causa delle circostanze, determinando la perdita dell’incredibile forza proveniente dalla fiducia nel costante rinnovamento del domani. E’ una prerogativa dei giovani riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma quando poi gli eventi ti costringono a piegarti, tu, fanciullo inesperto che crede di poter sempre stabilire l’ordine degli avvenimenti, sei costretto ad inginocchiarti difronte alle casualità ed ai cambiamenti. Ovviamente, il nostro status di innocenza non ci abbandona spontaneamente, ma ci lascia quando si manifesta una situazione tragico-drammatica che crea i presupposti per una profonda sofferenza. La mia qual è? La fine del primo amore. Certo, a conti fatti riesco a comprende quanto fosse superabile un’esperienza del genere, ma in quel momento sembrava che il mondo potesse crollarmi sulle spalle. Quel giorno non solo ho perso la verginità, ma sono anche venuto al mondo una seconda volta acquisendo una consapevolezza nuova. Per quanto io lo voglia, il controllo degli eventi non è in mio potere. Diciamoci la verità, chiunque da giovane ha creduto di essere il centro di un piccolo universo, ma dopo aver provato un grande dolore che lo ha brutalmente spaccato internamente, si è reso conto di essere una minuscola gocciolina in un mare di gente. Il giorno in cui ho perso la verginità è stato lo stesso giorno in cui mi sono reso conto della mia grande ingenuità e sono cresciuto. Mi sembrava che le prime rughe fossero spuntate sul volto e che una ciocca di capelli fosse improvvisamente sbiancata, desideravo sparire dalla nuova realtà che mi si parava innanzi, senza riuscire a trovare la via d’uscita. Quanto può essere difficile accettare un cambiamento quando non si è cambiati, lo sa solo chi ha provato un’esperienza del genere e, sommariamente, tutti dovrebbero avere nel proprio bagaglio culturale, un frammento di vissuto contenete questa situazione. La perdita della verginità determina il passaggio dall’ovattato ambiente delle sicurezze sulle quali adagiamo le nostre menti, al mondo delle insicurezze alimentate dalle maggiori relazioni con gli altri, dalla coscienza dell’incomprensione e da una maggiore sensibilità conquistata. Per fare un paragone con il sesso, possiamo appellarci alla concezione religiosa della verginità. La castità pre-coniugale veniva considerata come uno degli atti di maggiore spicco in una donna, poiché essa dimostrava di non essersi macchiata con il sudicio vizio della lussuria, oggi possiamo stabilire un parallelismo culturale dicendo che la verginità psichica va tutelata anche solo in parte, per far sì che gli uomini non coltivino un vizio di gran lunga peggiore, quello della vendetta. Sfortunatamente è impossibile conservarla in un primo momento, ma recuperarla in seguito diventa quasi obbligatorio.

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Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

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Riflessioni sul sistema hegeliano, marxsista e feuerbachiano

Il filoso G.W.F. Hegel in uno dei suoi scritto, “la Fenomenologia dello Spirito”, mette in rapporto due figure del mondo antico, precisamente della civiltà feudale, per stabilire come la coscienza, che da conoscenza oggettiva, si affermi in auto-coscienza. Questa parte dello scritto viene universalmente riconosciuta come quella del servo-padrone. Consideriamo prima il servo nella sua fattispecie e poi il padrone. Il primo diventa schiavo perché ha perduto l’indipendenza tremando dinanzi alla paura della morte, il secondo invece domina sul primo proprio perché ha coraggiosamente messo a repentaglio la sua vita pur di mantenere salva l’indipendenza.

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Charlie Brown era davvero un idealista?

Anche chi non ha avuto modo di conoscere in profondità gli autori di cui tratterò potrebbe perfettamente intendere questo discorso che fa seguito, che parte dalle celebri vignette di Schulz per arrivare a delle considerazioni riferite a diverse filosofie contemporanee, in cui per forza di cose emergerà anche un mio personale punto di vista.

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Perché non ci basta mai?

La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta della cattiveria della natura, perché questi spazi di tempo a noi dati, scorrono con tale velocità, con tale rapidità che, ad eccezione di pochissimi individui, la vita pianta in asso tutti gli altri proprio mentre si accingono a vivere.
(Seneca)

Così Seneca inizia il suo De brevitate vitae, trattato che, differentemente da come si pensa, non parla della brevità della vita, ma dell’insoddisfazione dell’uomo che non riesce ad accontentarsi del tempo a lui concesso e, credendosi eterno in un delirio di onnipotenza, spreca quello che ha a disposizione lamentandosi poi di non aver vissuto abbastanza. Una caratteristica molto marcata del genere umano è l’insaziabile cupidigia che spinge le persone a non essere mai appagate da quello che hanno, che sia una proprietà materiale, una proprietà fisica, una proprietà intellettuale o una proprietà concessagli dal mondo.
Nel caso specifico di Seneca parliamo del tempo concesso agli uomini, ma se volessimo generalizzare, perché nulla ci soddisfa a pieno?

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E se di colpo sparissero tutti gli orologi? – Il valore di un minuto nel XXI secolo

Sterile meditazione domandarsi cosa sia il tempo, come usufruirne al meglio, fermarsi a riflettere sul valore di un’ora, ancor più quando Carpe diem si rivela essere la parola d’ordine del XXI secolo; cogli l’attimo, vivi alla giornata, non fermarti a riflettere sul valore di un minuto che scorre inesorabilmente lento o irrimediabilmente veloce a seconda che tu stia aspettando la metro con il cellulare scarico, lo sguardo fisso nel vuoto, oppure scorrendo la pagina di un social.

La cattiva notizia è che il tempo vola. La buona notizia è che sei il pilota (Michael Althsuler)

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Come diventare se stessi – David Foster Wallace

21 maggio 2005

Alla Graduation Speech di Kenyon College parla David Foster Wallace.

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Il tema centrale del discorso è il significato dell’educazione umanistica. Si sa, il grande luogo comune sull’insegnamento di tipo umanistico è che insegni a pensare. Che cosa vuol dire veramente imparare a pensare? Inoltre, abbiamo noi bisogno di qualcuno che ci insegni a pensare? Wallace risponde “la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo (Kenyon College n.d.r.), non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.”. Risata. Qualsiasi ventenne risponderebbe con una risata a un’affermazione di questo tipo. Perché perdere tempo a discutere della mia libertà di scelta, quando questa per me, ventenne, sembra un’assoluta ovvietà? Eppure la grande ovvietà, a pensarci bene, non è poi così ovvia. Insegnare a pensare vuol dire, infatti, fornire la capacità di “avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze”. Insegnare a pensare vuol dire, soprattutto, capire e, dunque, affrancarsi da quella che Wallace chiama la “configurazione di base”. Vuol dire smetter di essere totalmente concentrati soltanto su noi stessi, non lasciare che tutta la nostra esperienza nel mondo sia interpretata attraverso la configurazione di base. Che cosa è, però, la configurazione di base? È l’egoistica convinzione che qualsiasi situazione cui vado incontro nel corso della mia vita riguardi solo e soltanto me. Giudicare il mondo esclusivamente in conformità a categorie soggettive. La forza dell’educazione umanistica deve essere invece quella di darci il tempo per fermarci e riflettere: cosa devo pensare ma, soprattutto, come farlo? La questione è fondamentale per riuscire a VIVERE la routine quotidiana. Nel corso di una giornata-tipo ci si imbatte in molti momenti morti. I momenti morti sono quelli in cui la vita di tutti i giorni ci porta, ma nei quali, spesso, preferiremo non imbatterci. Pensate ai lunghi tragitti mattutini in metropolitana, alle estenuanti attese in coda per il caffè alla macchinetta, la coda al supermercato, rimanere bloccati nel traffico, non trovare un posto per sedersi a lezione… Si potrebbe andare avanti ore. Chiaramente questi momenti “vuoti” aumentano con l’aumentare dell’età, per il semplice fatto che avere un lavoro, una famiglia e una macchina porta a stabilizzarsi su una routine sempre più ordinata. D’altra parte si potrebbe anche scegliere la via del nichilismo, dell’allontanamento dalla società e i suoi valori, ma non è questo ciò che ora ci interessa.

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Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Dostoevskij fa sentire la sua voce nel nome degli esclusi dalla festa universale, quelli che Schiller aveva già condannato, nell’Inno alla gioia, a correre via in lacrime dalla massa di milioni di uomini felici e festeggianti. Leggendo Hegel Dostoevskij poteva senza dubbio provare che neppure lui era avvolto nel firmamento di stelle di Schiller e non gli rimaneva altro da fare che scoppiare a piangere. E allo stesso tempo ribellarsi. Questo libro è la Bibbia della ribellione. Il suo collante non è la dialettica in grado di spiegare tutto, bensì la sofferenza e il pianto; in esso la speranza e la fede nel miracolo crescono in pari misura con la crescita della disperazione.

(László F. Földényi)

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di Nietzsche, Brahma, Buddha ma soprattutto noi stessi: Siddharta e l’ansia di “trovarsi”.

La copertina azzurrina dell’Adelphi riuscirebbe a conferire un’aura nel contempo mistica ed intrigante a qualsiasi libro. Quando poi ci si imbatte nelle prime pagine di Siddharta lo sfondo indiano-buddhista e il linguaggio artificioso ed aulico del capolavoro di Herman Hesse infondono al lettore la certezza di aver tra le mani un’opera estremamente singolare, lontana dalla modernità e dalle tematiche e problematiche della nostra quotidianità.

Chi non si lascia scoraggiare impiega però ben poco tempo a realizzare che quel giudizio iniziale fosse profondamente errato e che se Siddhartha ha toccato i cuori di milioni di giovani e meno giovani per ben 94 anni dalla sua prima pubblicazione è perché, nascondendosi dietro a un velo di misticismo orientaleggiante, Siddhartha parla di noi, a noi.

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