Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Dostoevskij fa sentire la sua voce nel nome degli esclusi dalla festa universale, quelli che Schiller aveva già condannato, nell’Inno alla gioia, a correre via in lacrime dalla massa di milioni di uomini felici e festeggianti. Leggendo Hegel Dostoevskij poteva senza dubbio provare che neppure lui era avvolto nel firmamento di stelle di Schiller e non gli rimaneva altro da fare che scoppiare a piangere. E allo stesso tempo ribellarsi. Questo libro è la Bibbia della ribellione. Il suo collante non è la dialettica in grado di spiegare tutto, bensì la sofferenza e il pianto; in esso la speranza e la fede nel miracolo crescono in pari misura con la crescita della disperazione.

(László F. Földényi)

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di Nietzsche, Brahma, Buddha ma soprattutto noi stessi: Siddharta e l’ansia di “trovarsi”.

La copertina azzurrina dell’Adelphi riuscirebbe a conferire un’aura nel contempo mistica ed intrigante a qualsiasi libro. Quando poi ci si imbatte nelle prime pagine di Siddharta lo sfondo indiano-buddhista e il linguaggio artificioso ed aulico del capolavoro di Herman Hesse infondono al lettore la certezza di aver tra le mani un’opera estremamente singolare, lontana dalla modernità e dalle tematiche e problematiche della nostra quotidianità.

Chi non si lascia scoraggiare impiega però ben poco tempo a realizzare che quel giudizio iniziale fosse profondamente errato e che se Siddhartha ha toccato i cuori di milioni di giovani e meno giovani per ben 94 anni dalla sua prima pubblicazione è perché, nascondendosi dietro a un velo di misticismo orientaleggiante, Siddhartha parla di noi, a noi.

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