4 Marzo: tra scottature, crisi di oggi e sfide del domani

Quella che emerge all’alba del 5 marzo è l’immagine di un’Italia uscita da una tornata elettorale scottante per molti e sotto molti punti di vista.

Scottante, innanzitutto, per chi credeva che il Movimento 5 Stelle, l’entità anti-establishment per eccellenza, rappresentasse un fenomeno transitorio e fortemente indebolito dai recenti scandali sui rimborsi e dall’uscita di scena del padre-fondatore Beppe Grillo. Ebbene, la forza pentastellata si è confermata destinata a rimanere ancora a lungo nel panorama politico italiano. La diplomatica conduzione targata Di Maio ha tutt’altro che sfavorito il Movimento, che oggi incassa più del 32% dei consensi (con ben 2 milioni di nuovi voti rispetto alle elezioni del 2013) e forte della posizione di primo partito si annuncia pronto a prendere le redini dello Stato che fino a oggi gli erano concesse, anche se a fortune alterne, solo a livello locale. Continue reading “4 Marzo: tra scottature, crisi di oggi e sfide del domani”

Il tutto in frammenti

Al di là della moltitudine di atomi e cellule che ci compongono, alla divisione anatomica del nostro corpo e alla moltitudine dei processi neurobiologici; oltre al nostro stesso io e al calderone di pulsioni e desideri che dietro ad esso si cela, cos’è che permette a ciascuno di cogliere se stesso come soggetto unico della propria individualità? Cosa porta a percepirsi in una qualche posizione nello spazio divenuto macroscopicamente e microscopicamente sconfinato? Cosa lega più o meno saldamente l’infinità di istanti nel flusso delle nostre esperienze? Cosa ci porta, implicitamente o esplicitamente, a riconoscere l’essere di ciò che è altro da noi, distinguerlo dal nostro stesso essere e riconoscere, infine, che ciò che vi è di comune fra noi e il tutto è proprio il fatto di essere? Noi, le altre cose e il Tutto. Sono questi i protagonisti della riflessione strutturalmente legata allo sviluppo della nostra individualità, della nostra civiltà e della nostra stessa umanità. A questi vi si deve aggiungere il Nulla, richiamato inevitabilmente dall’inquietante idea dell’antitesi del Tutto. Sono riflessioni la cui voce resta spesso strozzata da una quotidianità sempre più colma di impegni impellenti e facili distrazioni.

Ricordo l’occhio cinico, tipico di molti adolescenti, con cui giudicavamo la nostra professoressa di lettere classiche quando diceva che la visione di Atena da parte di Achille, non fu una semplice costruzione mitica, ma rifletteva una percezione della realtà differente che col tempo è andata perduta. Odiava la parola “progresso”, vulgata della società contemporanea che non si rende conto di essere piombata nell’età del ferro decadendo da una beata età dell’oro.La guardavamo come una vecchia saggia, polverosa e obsoleta, nostalgica di un mondo che non esiste più e che forse non è mai neanche esistito;tutti proiettati nell’ormai prossimo inserimento nell’ambiente sociale e lavorativo; consapevoli che quei momenti di futili problematizzazioni sarebbero stati accantonati di lì a poco per dare spazio al più utile studio tecnico di una facoltà di medicina o di una prestigiosa università di economia. Ma se avessimo provato ad astrarre quei contenuti dalla conversazione fra cattedra e banco, dalle mura dell’aula e dall’edificio scolastico, forse, ci saremmo resi conto che, al di là della nostra disincantata visione del mondo, si presenta un sentiero,tortuoso e forse senza fine,il cui percorso spande una luce che squarcia il buio della realtà.
Da quell’ancestrale senso di thauma, di paura e inquietudine, generato dall’immensità del Chàos che ci si pone prepotentemente dinanzi, mescolando la molteplicità delle cose e dei fenomeni e opponendosi alla nostra piena comprensione, la filosofia prende la parola per volgersi con meraviglia verso il Tutto e ordinarlo nel Kosmos di cui noi e tutto il resto siamo parte. La radice della parola physis, natura, da cui deriva la nostra “fisica”, rimanda a due significati: “essere” e “luce”. Quest’ultimo termine (phaos) è strettamente legato anche al significato etimologico di sophia: la philosophia che indaga la physis vuole portare alla luce la verità dell’Essere inteso come Tutto. Ed è proprio questo Tutto ed il nostro essere al suo interno che caratterizzano la riflessione di gran parte della cultura greca; è il terrore verso il suo contrario,il Nulla, a spingere l’eroe omerico a rischiare la vita per ottenere la gloria che lo possa salvare dalla morte e dall’oblio. In questo senso l’indagine sul Tutto e sul Nulla, sull’Essere e sul non-Essere, assume un carattere esistenziale: che rapporto c’è fra la nostra precaria esistenza, in un mondo soggetto ad un perpetuo divenire, dove ogni cosa nasce dal nulla e torna nel nulla, e il Tutto ordinato che racchiude in se questo mondo con i suoi fenomeni? Al di là delle grandi differenze che distinguono ogni dottrina, la filosofia antica manterrà costantemente come nucleo centrale il Tutto. 
Cosa è rimasto di questo Tutto? Oggi è sempre più difficile cercare la risposta; anzi, è sempre più difficile porsi la domanda. La moltiplicazione e la tecnicizzazione dei saperi ha sezionato lo studio dell’essere in un’infinità di discipline sempre più specifiche e monotematiche; i nuovi mezzi di comunicazione hanno accelerato il divenire con un flusso torrenziale di informazioni; la società dei consumi ha riempito la nostra esistenza di merci che nascono e muoiono repentinamente; la scienza procede inarrestabile nella sua minuziosa descrizione di ogni dettaglio, circoscrivendo e separando ciascun punto dell’universo. Il Tutto si presenta come un infinità di frammenti divisi e distinti. Il nostro stesso essere è confuso, dilaniato fra corpo e mente, fra razionalità e pulsioni, fra interno ed esterno: ha perso i contatti con il Tutto. Non trova dialogo con quei frammenti isolati e privi di senso; naufrago in un mare di solida materia dove la zattera della filosofia non riesce a navigare. All’essere indistinto di tutte le cose che trovavano la loro determinazione nel Tutto abbiamo sostituito un essere distinto di ogni cosa che oltre sé rimane indistinto: cosa è rimasto al di là di ogni oggetto? Il Nulla. Quel “solido nulla” dello Zibaldone che ha preso il posto di quel fluido Tutto che tutte le cose riuniva in sé.

Le scienze moderne hanno ottenuto il monopolio del sapere e della verità: tutto ciò che non passa il vaglio dei suoi rigidi criteri dimostrativi non merita di essere preso troppo sul serio. Questo dogmatismo va a creare una lacuna nella piena compressione delle cose e dei fenomeni, dal momento che l’indagine scientifica si limita ad un fine descrittivo e alla ricerca della sola causa materiale, tralasciando,quindi, le altre cause aristoteliche (formale, finale ed efficiente) che ci porterebbero a cogliere l’essenza e il fine di ogni oggetto in esame producendo,dunque, una conoscenza più piena(epistème). L’atteggiamento che ne deriva è quello di un freddo materialismo, ben diverso da quello che caratterizzava alcune dottrine antiche. Per l’atomismo e lo stoicismo, lo studio della fisica si proponeva di trovare la radice comune di ogni corporeità e di cogliere, dunque, il senso dell’essere nel mondo fisico e il ruolo dell’essere umano e del suo agire al suo interno. Quello di oggi è un materialismo che si potrebbe indicare come “passivo”: un materialismo che non pone domande, che osserva e cataloga, come per inerzia, tutto ciò che gli si presenta davanti senza aspettarsi alcuna risposta che vada oltre il to òti (il che) e trascurando fortemente il to diòti (il perché). E’ un materialismo quasi inconsapevole, che non si rende conto degli effetti che provoca sulle riflessioni esistenziali. E in cuor mio sono convinto che qualunque individuo, che si presenti come materialista in questo senso moderno, e che continui a condurre con grande serenità la propria vita, o non si rende conto, per distrazione o superficialità, dell’orrore del nulla che va professando o conserva,inconsapevolmente, una grande fede in qualcosa tale che, se riuscisse a coglierla scavando dentro se stesso, lo porterebbe a non definirsi poi così materialista.
Le neuroscienze riducono l’essere umano al suo sistema nervoso. L’Essere in questa visione sembrerebbe più qualcosa che ci appartiene come possesso, dal momento che nessuno riuscirebbe effettivamente a individuare se stesso con le proprie parti corporee: noi “abbiamo un cervello” non “siamo un cervello”. In questo senso potremmo dire che per le neuroscienze noi possediamo il nostro Essere ma non siamo il nostro Essere. Siamo separati dai noi stessi, non in senso sostanziale,perché sicuramente il nostro corpo è parte di noi, ma nella misura in cui difficilmente ci percepiamo effettivamente come un insieme di organi e cellule tangibili e separabili.
Dunque, anche l’indagine scientifica del fenomeno “essere umano” si riduce ad una spiegazione delle cause materiali che, per certi versi, “vorrebbe dire non essere in grado di distinguere che altro è la vera causa, altro è ciò senza cui la causa non potrebbe mai essere causa” come farebbe ripetere Platone a Socrate.
Per quanto riguarda la politica, l’individuo tende a distanziarsene sempre di più. La preoccupazione principale è conservare e allargare il più possibile le proprie libertà individuali a discapito della diretta partecipazione al potere politico. Si tratta di quella libertà “negativa”, tipica del liberalismo, che spinge inesorabilmente all’individualismo e al solipsismo che caratterizzano la società contemporanea. Anche qui la distanza dai Greci è fortemente marcata. Per il cittadino greco la libertà consisteva proprio nell’essere parte del corpo politico e ancora, dunque, nel sentirsi come unità di un tutto individuato politicamente con lo stato della polis.
La tendenza è sempre volta al distacco, alla separazione, alla frammentazione, all’individualizzazione, allo smarrimento nel molteplice, al bisogno di distrazione e infine al consumo.
La sessualità, dall’oscura prigionia delle coercizioni e dei tabù, è stata portata alla luce, non per essere lasciata libera nella sua spontanea naturalezza, ma per essere messa al guinzaglio ed esposta alla fiera del mercato di massa, suddivisa, impacchettata ed etichettata per attrarre il maggior numero di soggettività sessuali possibili.
La caverna si è espansa. Colma di oggetti di desiderio da consumare in ogni istante, continuamente rimpiazzati da altri, che si mostrano differenti, ma che offrono lo stesso mediocre appagamento, lasciando sempre un po’ di spazio vuoto e portandoci,assuefatti, a volerne sempre di nuovi, di diversi, nel disperato tentativo di colmare quella strutturale mancanza che ha suscitato le prime riflessioni e che ci è propria indissolubilmente in quanto esseri separati dal Tutto;mancanti proprio rispetto a quello stesso Tutto. Uscirne sembra impossibile.
Dunque, come reagire a quella problematica esistenziale sul rapporto fra il nostro essere e tutto il resto? La risposta è nell’immersione più totale e alienante in questo “solido nulla” che ci siamo lasciati intorno. Sopprimiamo il più possibile la questione. Lasciamoci sopraffare dalla competizione del mercato del lavoro, il tempo stringe non possiamo farci scavalcare. Nel tempo libero abbandoniamoci al divertissement per distrarci dal nichilismo in cui ci siamo relegati. Il mondo oggi permette di balzare da un posticcio di desiderio all’altro in men che non si dica,producendo e vendendo senza sosta. Ingozziamoci di piaceri istantanei. Attacchiamoci alle altre persone per rimanere soli il meno possibile. Raccontiamoci di essere felici senza chiederci nemmeno cosa voglia dire. Dimentichiamoci della nostra esistenza.
E se per ,qualche ragione, dovessimo iniziare vedere le cose da un’altra prospettiva, renderci conto dell’automatismo delle nostre azioni, della vanità dei nostri progetti, della fragilità delle nostre certezze, senza riuscire ad immergercisi nuovamente come se nulla fosse, e ormai troppo distanti dalla ricerca di quel Tutto che conferisce armonia e significato a ciascuna cosa, allora saremmo pronti a colpevolizzare la nostra psiche irrequieta sul lettino di uno psicologo o i nostri nervi malati imboccando una pillola prescrittaci da uno psichiatra.

Accontentiamoci, vedrete saremo felici! (E loro, grati)

Esiste un orologio -l’apoteosi del kitsch, pessimo gusto con lancette- che vale più di 20 milioni di euro. “Chopard 201”, ha pure un nome antipatico. Scusatemi ho detto “vale”, colpa dell’abitudine.

Costa più di venti milioni di euro.

Eppure non vale nulla.

Non vale nulla come gran parte delle cose che si possono comprare.

Nulla, come ciò che passiamo ad inseguire per tutta la vita.

Dove sta allora  il valore se non nell’oro, nei diamanti, nell’esclusività e la scarsità di un meccanismo creato in un numero limitatissimo di copie proprio per noi?

Torniamo indietro, aggiungiamo una breve premessa: è importante che vi racconti come sono arrivato a porvi questa domanda.

Sono sempre stato fautore di una radicale messa in discussione di quel sistema che crea bisogni tramite un’offerta di beni esorbitante e la commercializzazione al solo fine di soddisfarli. Però non ne voglio fare una colpa agli individui. Non voglio insegnare nulla a nessuno, né colpevolizzare chi sceglie di dedicare le proprie attenzioni, il proprio tempo e il proprio denaro a possedimenti materiali. Credo che si sia arrivati a questo punto perché era naturale che le cose si sviluppassero così, vista la natura tendenzialmente individualista dell’uomo e la sua sete implacabile di “possedere” ed affermarsi tramite l’ostentazione. Sono convinto che sia il sistema, “la Struttura” a dover essere osteggiata e combattuta con la sottile lama dell’utopia, non le singole persone che ne seguono -spesso acriticamente- l’impetuosa ed inarrestabile corrente.

Accade infatti che la Struttura di cui parlavamo si riveli essere il motore immobile che, senza volerlo, genera, con la velocità e la potenza distruttiva delle esplosioni, continue ingiustizie, odio, guerre e disuguaglianze insopportabili.  Vivono, spesso a pochi chilometri di distanza, alcuni che comprano orologi da 20 milioni di euro e altri che si devono preoccupare di trovare abbastanza cartone per isolare il proprio giaciglio sotto le stelle dal vapore che sbuffa dalle metropolitane. Quel vapore che corrode le ossa e fa svegliare tutti bagnati e puzzolenti, ma per dio l’alternativa è morire di freddo! E scagionando gli individui, non resta nemmeno qualcuno da incolpare: prendersela “col sistema” è come sparare contro il vento, gli anni passano e la situazione non fa che peggiorare. Quasi tutti coloro che mi circondano paiono dividersi, sventolando come bandiere gonfiate dalle promesse dei politici, tra coloro che se la prendono l’uno con gli altri “è colpa degli immigrati”, “siete tutti ladri”, “è l’unione europea che ci ruba i soldi” e coloro che semplicemente si disinteressano, guardano altrove, curando al meglio il giardino del loro ego, senza mai preoccuparsi di ciò che sta al di là della staccionata. Senza un nemico e senza un esercito dunque pare proprio non esistere alcuna misura correttiva efficace. Guardare ai dolori del mondo tramite queste lenti porta a conclusioni dolorose, veramente siamo inermi! Non ci resta che andare avanti a lottare invano o arrenderci anche noi. Eppure la pace, l’amore, il rispetto (persino l’uguaglianza!) seppur dormienti mi sembrano trovare posto in ognuno di voi: di questo trovo continue conferme in fondo agli occhi e alle parole di chi sceglie anche occasionalmente di affrontare l’argomento. E dunque: lottare invano, non possiamo solo sventolare una bandiera bianca davanti all’irreversibilità del male.

Per una volta però tralasciamo le armi taglienti della politica vorrei, senza pretese, spingervi a riflettere su quella sovrastruttura, presente o latente in ognuno di noi da cui tutto il sistema deriva.

Vivremmo infatti in un posto migliore se tutti sapessimo cosa davvero ci rende felici. Se tutti avessimo ben presente da cosa tutti traiamo le vere soddisfazioni. È un esercizio utile oltre che divertente a questo proposito chiederci “a cosa mi dedicherei se mi rimanessero gli ultimi 2 giorni su questa terra?”. Non ho alcun dubbio che nessuno andrebbe di corsa da un gioielliere a chiedergli di procurargli un orologio d’oro in cui potersi specchiare mentre le lancette rintoccano l’avvicinarsi dell’ora fatale. Non credo proprio che qualcuno si precipiterebbe al centro commerciale, passando le sue ultime ore a provare vestiti che nessuno vedrà se non gli abitanti viscidi del terriccio di un cimitero. Nessuno, mi auguro, andrebbe dal proprio capo a supplicarlo di dargli una promozione così da potersi poi crogiolare del proprio status di financial manager, perché tutti sappiamo che non esistono gerarchie nell’eternità. Che cosa faremmo dunque, tutti noi nelle ultime ore? Beh è difficile dare una risposta univoca. L’amante innamorato chiederà di poter fare l’amore finché il corpo glielo consente, la giovane energica vorrà ballare tutta la notte perdendosi nel ritmo e nei fumi dell’alcol, il padre premuroso vorrà poter ammirare finché la vista non si offusca il sorriso che solca le labbra del figlio, il professore rapito vorrebbe godere per un’ultima volta dei brividi che gli procurano i versi di Leopardi, il filantropo vorrà assicurarsi di poter migliorare ancora un’ultima vita….

Ma questo stesso discorso non varrebbe più se i giorni che ci mancano da due diventassero 10? E se da 10 diventassero 100, 1000, una vita? Perché allora sprechiamo le nostre giornate e le nostre energie inseguendo falsi miti? Perché siamo così ossessionati dal dover studiare e lavorare tutta la vita giorno e notte per poterci comprare la quantità maggiore possibile di cose che non ci servono? Perché navighiamo nel mare tempestoso della meritocrazia, facendoci trascinare dalla logica dell’eccellenza, intristendoci quando non arriviamo e gioendo quando, dopo ore passate a spezzarci la schiena, otteniamo la facoltà di essere qualcuno che in realtà potremmo anche non essere, e saremmo felici uguali?

Non ci da forse di più far l’amore, ballare, leggere un libro, aiutare gli altri in difficoltà rispetto a mettersi continuamente i piedi in testa, competere, eccellere, produrre, odiarsi per poi potere magari un domani acquistare un Chopard e mostrarlo agli altri?

Non è un invito alla nullafacenza, ma al ripensare drasticamente i nostri obiettivi. Non nulla -ma solo poco- di quel che si compra è più che un breve sogno che si rivela totalmente privo di valore qualche secondo dopo che lo possediamo. E allora siamo sicuri che “essere ricchi” debba essere il nostro obiettivo? Siamo sicuri che davvero ci interessi fare le migliori università con il massimo dello sforzo per poi accedere a una “carriera di successo”? Certo la risposta è personale ma io non ho dubbi che se tutti mettessero in discussione quelli che ci vengono costantemente venduti come parametri supremi ed indiscutibili per valutare il grado di soddisfazione della nostra vita molti cercherebbero altrove. Insomma dove diavolo corriamo per tutta la vita? Fermiamoci. Pensiamoci. Abbracciamoci. Impariamo ad accontentarci! Chiediamoci davvero di cosa abbiamo bisogno e tralasciamo il resto: certo che avremo meno denaro! Eppure saremo ricchissimi di tempo e di energie da dedicare a quelle cose che veramente hanno un valore e domani, guardando indietro, potremo davvero dire di aver vissuto a pieno. Non avremo avuto l’orologio d’oro ma avremo deciso noi per cosa vivere e non i giudizi altrui né dei cartelloni pubblicitari. E se lo facessimo tutti avremmo avuto anche il trionfo dell’empatia e della pace, il trionfo della solidarietà.

Il prezzo da pagare è essere felici. La rivoluzione una vita alla volta, si parte da noi. E se fosse così che cambia il mondo?

Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Dalla parte del migrante

 

Riassunto di un dialogo, fatto di incontri e scontri, durato tutta l’estate e che non deve finire con i primi venti autunnali; resoconto di un paese in cui le istituzioni democratiche scricchiolano di fronte al problema dell’integrazione e alle spavalde rivendicazioni di gruppi neofascisti, mentre sembrano dimenticarsi che il loro primo dovere è proteggere i diritti dei propri cittadini, come dimostra il caso Regeni.

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La città di tutti – Istituzioni

La priorità delle istituzioni cittadine deve essere una: fare in modo che tutti i residenti possano muoversi, lavorare e divertirsi liberamente, che i turisti possano godere di una città autentica e che i bambini possano crescere in un ambiente sano. Questo succede offrendo un servizio pubblico (dai trasporti ai bagni pubblici, dall’edilizia ai permessi) adeguato alle richieste dei propri cittadini. I centri storici vanno tutelati, chiusi al traffico e valorizzati sfruttando la loro inestimabile bellezza; le periferie vanno incluse e dunque attendiamo con ansia gli sviluppi del “Bando delle Periferie” lanciato dal governo nel 2016 con lo scopo di garantire fondi (pochi, ma pur sempre una buona base di partenza) per la riqualifica di intere aree dismesse o in degrado in 120 comuni d’Italia.

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Minori stranieri non accompagnati: Italia apripista in Europa

Lo scorso 29 Marzo è stata approvata alla Camera a larghissima maggioranza (375 i voti a favore) la proposta di legge “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (Legge 7 Aprile 2017 n. 47). Il progetto di legge, portato avanti dal Pd e fortemente promosso e voluto da Save the Children, si fonda sull’idea che i bambini che, dopo viaggi interminabili, giungono in territorio italiano (25mila solo nel 2016) siano minori prima che migranti e profughi.

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EU authorities’ response to “the worst financial crisis in the last 7 decades”

[Il seguente studio è stato redatto da Andrea Noseda per un progetto di Policy design della Scuola di Politiche qualche mese fa, come introduzione a un paper intitolato How to boost EU resilience to future crises. Avendolo ritrovato in un e-mail in questi giorni pensiamo che sia importante pubblicarlo per sfatare alcuni miti che vedono le istituzioni europee immobili ed incapaci di fornire una risposta decisa alla crisi del 2007-2008]

Since the bursting of what Juncker defined as “the worst financial and economic crisis in seven decades”, Europe’s ability to prevent and respond to economic crises has been strongly questioned. It should be enough to notice that the GDP pro-capita in the US had gone back to the pre-crisis level of 2007 within less than five years, while in Europe this only happened after 9 years, in April 2016. The feeling in that Europe was dramatically unprepared and not structured to bear such a disastrous event. Since then, many rules, mechanisms and institutions have been set up in order to be able to prevent and have a prompter and more efficient response to further future crises.

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La giustizia dei bambini

 

Da qualche settimana intellettuali, giuristi ed esponenti del garantismo progressista sollevano dubbi ed incertezze in merito ad una proposta circa la chiusura dei Tribunali dei Minori giustificata, dicono i pochi sostenitori, da esigenze di risparmio sulla spesa pubblica.

Dalle pagine de L’Espresso (n. 10, 05 marzo ’17) parte la campagna “Adesso salviamo il tribunale dei minori” sostenuta dalla redazione del settimanale che dagli anni Settanta, oltre ad occupare una prestigiosa posizione nel giornalismo d’inchiesta politica, culturale ed economica, sostiene e promuove battaglie per l’affermazione dei diritti civili in Italia. Nell’inchiesta pubblicata dal giornale si manifestano tutte le preoccupazioni per una decisione così delicata ed azzardata. Il Presidente del Tribunale minorile di Bologna, Giuseppe Spadaro sottolinea che sarebbe persino ingiustificata nel merito la soppressione di tali istituzioni; non a caso il dossier “Giustizia minorile in Italia” curato dal sottosegretario alla Giustizia Maria Ferri evince come il sistema italiano di giustizia minorile sia considerato uno dei più avanzati al mondo. Spadaro, che ha fatto la gavetta nella sua terra calabra rischiando la propria vita quando era il capo della sezione penale del Tribunale di Lamezia Terme, proprio perché i minori li allontanava dalla malavita, non è contrario ad un disegno riformatore del sistema: vorrebbe potenziarlo!

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Ho perso

Ho perso. E con me hanno perso tutti quelli che in questa riforma ci credevano sul serio, credevano davvero che qualcosa potesse cambiare. Stanotte, quando Matteo Renzi ha annunciato il suo intento di dimettersi, per me ha rappresentato la fine di un’esperienza politica nella quale ho creduto fermamente dal primo momento, pur non condividendo tutte le riforme. Riforme, appunto, ne sono state fatte: lavoro, scuola, opere pubbliche e ora era il momento decisivo, la Costituzione, quella che anche Calamandrei sosteneva andasse cambiata. Per la prima volta, complice la fiducia dell’Unione Europea, avremmo potuto potuto tirare un respiro di sollievo, ma niente. Purtroppo il problema non si limita a ciò che abbiamo, nel bene e nel male, perso, ma riguarda qualcosa di più grande, cioè il futuro del nostro paese. Trovo encomiabili le dimissioni di Renzi: il suo governo aveva come specifico compito portare avanti le riforme, tra le quali quella costituzionale era senza dubbio la più importante di tutte: bocciata quella, inutile proseguire. Mi permetto anche di credere che se tutti gli elettori avessero votato “Costituzione alla mano”, ci sarebbe stata una sfida all’ultimo punto percentuale. Purtroppo, credo sia chiaro a tutti, non è andata così. Complici i (troppi) partiti populisti, la serietà di una dichiarazione come quella di Renzi è stata trasformata in un’occasione per farlo cadere, perché aspettare le prossime elezioni e votare nel merito della riforma era troppo corretto. E così ci si trova a dire, nei bar, nei ristoranti e nei treni, “votiamo no così mandiamo Renzi a casa”, trasformatosi nelle percentuali bulgare del referendum. Per quanto riguarda chi ha votato no con consapevolezza, e ne conosco molti, tanto di cappello, è la democrazia: se avessero votato tutti così avremmo assistito tutta la notte a un avvincente testa a testa. Ci si chiede quindi, cosa c’è di sbagliato in questo Paese? Molti ironizzano: bisognerebbe togliere il suffragio universale e sottoporre i sedicenti elettori a un test di cittadinanza. Io credo, invece, che un ruolo cruciale sia giocato dall’istruzione: fino a quando non saremo messi tutti nelle condizioni di avere i minimi strumenti per leggere il mondo le cose cambieranno, ma sempre in peggio, come nel resto del mondo occidentale. La crisi economica ha messo in ginocchio molti, che hanno trovato sfogo alla propria rabbia in persone che, guarda caso, dicono esattamente quello che gli passa per la testa. E Renzi non ha saputo intercettare questo malcontento, non ha saputo cogliere le istanze di molti, che chiedevano più stabilità non del governo, ma della propria vita. Abbiamo perso, il sole è sorto, e l’Italia continua a essere la quarta economia europea, per qualcuno con meno speranze, per altri con l’occasione che aspettavano da anni. Ai posteri l’ardua sentenza.