Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Why we need men

With the Harvey Weinstein affair going on, social media has been flooded with the hashtag #metoo and #balancetonporc, used by women to speak up about their aggressors. It was meant for everyone to understand the extent of the sexual harassment.

It was hard to see. It was hard to see so much sufferance, and how many stories had been kept secret for so long. To see how difficult it is to speak up about this and how complicated it is for others to hear the stories. Sexual harassment calls for such deep wounds in one’s integrity that our society doesn’t have the keys to respond to it.

It was hard to see how many people did not realize the scale at which sexual harassment occurs; to see that most of these people were men. I still believe most of the men feel strongly about women’s rights, and support the fight; they think it’s terrible what women go through, and they firmly condemn the perpetrators, but how many of them will speak up about it? We need everyone to set the limits, not only women. We need a society capable of standing up against that latent sexism it is built on.

Nowadays, talking about “gender equality”, we hear a “women’s issue” and that feminism is a women’s thing. The only way it will change, is by making “gender equality” a universal fight, not only for women.

Jackson Katz said: “We talk about how many women were raped last year, not about how many men raped women last year. We talk about how many girls in a school district were harassed last year, not about how many boys harassed girls. […] So you can see how the use of the passive voice has a political effect. It shifts the focus off men and boys on to girls and women. Even the term ‘violence against women’ is problematic. It’s a passive construction; there’s no active agent in the sentence. It’s a bad thing that happens to women, but when you look at that term ‘violence against women’, nobody is doing it to them. Men aren’t even a part of it!”

This shows how our society sees gender inequality. Down to the way we speak about it, the women are discriminated. Words matter, they influence the way we think, the way we act and the way we see our society. Without taking into account the damage this can do to her, calling a girl a “slut” for the way she is dressed might be a joke, but a guy may not see it this way, and believe it: this is what needs to stop. We all need to question the norms and “jokes” we have been accepting for too long that lead to sexual abuse.

Everyone should be free of going wherever they want, at any time of the day or of the night without thinking about how they are dressed and how they look. No one should be catcalled and choose to walk 10 more minutes to avoid a gloomy path. Women should be able to wear skirts and dresses without getting suggestive looks from their co-workers all day. If we all start questioning this, men and women, it will change the way we see things: it’s a matter of respect, it’s a matter of the words we use and the way we talk, the jokes we say.

I strongly believe the only way to achieve this is to raise boys as feminists, to educate our kids about respect and about limits. Why would we teach our girls to be careful instead of educating boys about consent? Teaching boys and girls to be feminist gives them a sense of justice, empathy and strength, and helps them escape the “gender norms” they are pressured to fit into. It will make them feel comfortable with themselves and help them stand up for what’s right and call out their friends when a joke is going too far.

 

di Sidonie Meynial


Sin dal principio dello scandalo Weinstein i social media sono stati inondati dagli hastags #metoo e #balancetonporc, utilizzati da milioni di donne per raccontare dei loro aggressori. L’obiettivo è quello di far comprendere in maniera diffusa la grandezza del fenomeno delle molestie sessuali.

È difficile da vedere. È difficile comprendere così tanta sofferenza, e quante storie sono state tenute segrete per cosi tanto tempo; vedere quanto sia difficile parlare di ciò e quanto complicato sia per gli altri ascoltarle. Una molestia sessuale richiama ferite così profonde nell’integrità della persona che la nostra società non ha le chiavi per rispondere ad esse.

È difficile vedere quante persone non abbiano realizzato la portata di questo fenomeno: è difficile scoprire che tra tutte le persone che non lo comprendono, la maggior parte siano uomini. Non che io non creda che una buona parte degli uomini sia empatica nei confronti dei diritti delle donne, anzi credo che ne supporti la battaglia; gli uomini pensano che l’esperienza a cui molte donne vanno incontro sia terribile e condannano fermamente chi la commette, ma quanti di loro la denunceranno? Tutti devono stabilire un limite di sopportazione, non soltanto le donne. Serve una società capace di condannare il sessismo latente sul quale è costruita.

Oggi, quando si parla di uguaglianza di genere, sembra troppo spesso che il femminismo sia un problema soltanto delle donne. L’unica maniera per cambiare questa prospettiva è fare dell’uguaglianza di genere una battaglia universale, non soltanto delle donne.

Jackson Katz ha detto: “Si parla di quante donne sono state violentate lo scorso anno, non di quanti uomini le hanno assalite. Si parla di quante ragazze sono state molestate lo scorso anno in un distretto scolastico, non del numero di ragazzi che le hanno aggredite. […] Così si può vedere come l’utilizzo di una voce passiva abbia un effetto politico. Sposta i riflettori lontano dagli uomini e i ragazzi e li punta verso donne e ragazze. Anche il termine “violenza contro le donne” è un problema. È una costruzione passiva; non viene infatti specificato l’agente attivo nella proposizione. È un’esperienza terribile per le donne, ma quando si guarda a “violenza contro le donne” sembrerebbe che nessuno la stia commettendo nei loro confronti. Gli uomini non sono neanche lontanamente parte di tutto ciò!”

Questo racconta molto di come la nostra società guardi alla diseguaglianza di genere. Per quanto a fondo se ne possa parlare, le donne sono discriminate. Le parole contano, influenzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui ci comportiamo e anche il modo in cui vediamo la nostra società. Infatti, senza prendere in considerazione quanto possa ferirla, chiamare una ragazza “puttana” per come si veste potrebbe passare per uno scherzo, ma qualche ragazzo potrebbe prendere la cosa sul serio e finire con il crederci: è questo che deve finire. Tutti noi dobbiamo riflettere sulle norme e sugli “scherzi” che abbiamo accettato per troppo tempo e che possono portare all’abuso sessuale.

Tutti dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza pensare a come sono vestiti o all’apparenza estetica. Nessuno dovrebbe essere messo in imbarazzo e scegliere di camminare dieci minuti in più per evitare una strada buia. Le donne dovrebbero avere il diritto di mettersi gonne e vestiti senza dover ricevere sguardi ammiccanti dai colleghi, tutto il giorno, ogni giorno. Se tutti iniziassimo a mettere in discussione questi atteggiamenti, sia uomini che donne, potremmo cambiare il modo in cui guardiamo alle cose: è una questione di rispetto, delle parole che utilizziamo e la maniera in cui parliamo.

Io credo fermamente che l’unico modo per ottenere questo risultato sia crescere i bambini come femministi, educarli al rispetto e, soprattutto, a riconoscere e rispettare i limiti. Perché dovremmo insegnare alle nostre figlie a stare attente piuttosto che educare i figli alla comprensione? Insegnando a ragazzi e ragazze ad essere femministi, si danno loro le basi per sviluppare un senso di giustizia, empatia e forza in grado di farli uscire dalle “norme di genere” che altrimenti si sentirebbero in dovere di rispettare. Li farà sentire bene con se stessi e li aiuterà a difendere i diritti e a rimproverare i loro amici quando uno scherzo andrà troppo in là.

 

Milano che fatica: breve storia di uno come tanti

Quando sono arrivato Milano per la prima volta, circa tre anni fa, ho capito dove avrei passato parte del mio futuro. Una scelta condivisa da tanti, la mia, che permette alla grande parata dei migranti di sfoggiare una nuova majorette. Una goccia nel mare mare.

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La discendente parabola ischitana

 

Un pensiero rivolto al luogo

che più mi sta a cuore

 

L’Isola Verde, così è da sempre chiamato questo piccolo isolotto che chiude, a nord-ovest, il golfo di Napoli. I greci stabilirono qui la loro prima colonia nel VIII secolo avanti Cristo, la chiamarono Pithecusae; una colonia simbolo dell’incontro di civiltà che era il Mediterraneo, dove commercianti greci, etruschi e fenici scambiavano vasi e  prodotti di artigianato. Da sempre la vita straripa sull’isola, in tutte le sue forme: alberi e arbusti crescono dal mare fino alla cima del Monte Epomeo, che domina il golfo dall’alto dei suoi oltre settecento metri; i conigli convivono con gli abitanti e non è raro incontrarli camminando tra le antiche case dei piccoli borghi di montagna. È un’isola atipica, rocciosa e impervia. Arrivando dal mare si intravedono piccole baie, come quella di San Pancrazio, e grotte sottomarine che sono irraggiungibili dall’alto. Muovendosi via terra, invece, capita spesso di imbattersi di chioschi di frutta e verdura coltivati sulle pendici dell’Epomeo con anziani comari che offrono vini locali ai turisti moderando il loro strettissimo accento. È un’isola di una bellezza sinuosa, Ischia, dove mare, monti e acque termali interagiscono costantemente e anche il passaggio dell’uomo ha lasciato bellezze uniche nel loro genere: il Castello Aragonese e il borgo di pescatori di Ischia Ponte, la Chiesa del Soccorso a Forio, le antiche terme e gli acquedotti romani sono soltanto alcune delle meraviglie costruite dai diversi popoli che si sono avvicendati sull’isola.

È stata dunque un simbolo del progresso artistico della civiltà occidentale, un simbolo della grande integrazione del Mare Nostrum, di tutti noi che lo abbiamo abitato: italiani, greci, libici e siriani.

Stanotte, però, Ischia è stata travolta da morte e distruzione. Un terremoto ha scosso l’intera isola come nel 1883; subito dopo, un blackout ha lasciato tutti al buio, quasi come se la natura si fosse vergognata di far vedere ai nostri occhi lo sfregio che essa stessa ha imposto all’isola, una sorta di pentimento. Eppure, come spesso succede in queste situazioni, ad emergere come primo colpevole è invece l’uomo: come è possibile che un terremoto di magnitudo 4.0 abbia distrutto intere abitazioni e l’unico ospedale presente sull’isola sia stato evacuato in emergenza? La risposta è tanto amara quanto attuale. Nel 2017, Ischia è il simbolo di un’Italia abusiva e abusata, dove si costruisce per pura speculazione, per la “bella vista”, quella del mare, davanti o sopra a tutti gli altri. È così che crollano le case, quella più a monte non è costruita a norma e scivola giù su un’altra subito sotto, le cui fondamenta sono fatte di cartapesta, e allora anche lei crolla sulla casa del vicino. In questa maniera si parte dalla cima del monte e i crolli arrivano fino a mare. E ad Ischia, purtroppo, di case abusive ce ne sono tante, troppe. Passando sotto costa in barca si vedono interi boschi abbattuti per fare spazio a case con vista, alte due o anche tre piani, con tubature scoperte e pali dell’elettricità pericolanti. Ci sono anche case bellissime, ma abusive, in tutta l’isola se ne contano ufficialmente più di mille. Andrebbero abbattute, ma l’incompletezza delle legislazioni e la latitanza delle istituzioni lasciano troppo potere a chi, dagli abusi, ci guadagna.

Ad Ischia, come nel resto d’Italia, è fuori luogo parlare di abuso di necessità, questo termine andrebbe anzi abolito. L’abuso edilizio è un crimine e come tale va perseguito perché l’uomo, diversamente dai fenomeni naturali, è un animale senziente e di fronte ai propri scempi non può permettersi soltanto di provare vergogna, ma ha anche il dovere inderogabile di rimediare ad essi.

di Emilio Caja

Cara Anna ti scrivo, in attesa di (re)incontrarti

Cara Anna ti scrivo, quanto tempo che non ci sentiamo! Innanzitutto ti chiedo scusa per non essermi fatto sentire per tutti questi anni, ma, sai, sono stato molto occupato tra studio e i vari impegni che mi riempiono la giornata. Le ore passano veloci, non mi accorgo nemmeno del mondo che mi circonda, che le luci del tramonto iniziano a fare capolino. La vita di città devo dire che mi ha reso molto più distratto ai dettagli; in campagna ricordi quanti alberi conoscevamo? Ogni specie animale o di pianta era una scoperta quotidiana, nessuno di noi due si stancava di indovinare se l’uccellino sul tuo balcone fosse un maschio o una femmina. I particolari. Non m’annoiavo mai con te, mi dicevi sempre che se ci concentriamo su ciò che ci circonda è praticamente impossibile sbadigliare per il sonno. Eppure, nelle notti estive, quando cercavamo di acchiappare con lo sguardo una di quelle comete nel cielo, io il sonno spesso l’ho incontrato. Ma c’eri tu che, sempre, mi davi una coperta per coprirmi dai venti di agosto. Era un attimo e l’alba toscana mi svegliava con l’odore di sempreverdi e fieno giallo.

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La giustizia dei bambini

 

Da qualche settimana intellettuali, giuristi ed esponenti del garantismo progressista sollevano dubbi ed incertezze in merito ad una proposta circa la chiusura dei Tribunali dei Minori giustificata, dicono i pochi sostenitori, da esigenze di risparmio sulla spesa pubblica.

Dalle pagine de L’Espresso (n. 10, 05 marzo ’17) parte la campagna “Adesso salviamo il tribunale dei minori” sostenuta dalla redazione del settimanale che dagli anni Settanta, oltre ad occupare una prestigiosa posizione nel giornalismo d’inchiesta politica, culturale ed economica, sostiene e promuove battaglie per l’affermazione dei diritti civili in Italia. Nell’inchiesta pubblicata dal giornale si manifestano tutte le preoccupazioni per una decisione così delicata ed azzardata. Il Presidente del Tribunale minorile di Bologna, Giuseppe Spadaro sottolinea che sarebbe persino ingiustificata nel merito la soppressione di tali istituzioni; non a caso il dossier “Giustizia minorile in Italia” curato dal sottosegretario alla Giustizia Maria Ferri evince come il sistema italiano di giustizia minorile sia considerato uno dei più avanzati al mondo. Spadaro, che ha fatto la gavetta nella sua terra calabra rischiando la propria vita quando era il capo della sezione penale del Tribunale di Lamezia Terme, proprio perché i minori li allontanava dalla malavita, non è contrario ad un disegno riformatore del sistema: vorrebbe potenziarlo!

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La verginità emotiva

La parola verginità viene di norma associata alla sessualità, ma non è l’unica sfera concettuale che essa abbraccia. Il giorno in cui ho perso la verginità nella mia mente nascevano e morivano pensieri tutt’altro che connessi all’erotismo, o meglio, forse collegati solo indirettamente ad esso. La mia verginità indica anche uno stato di interezza, o meglio di purezza che è andato in frantumi a causa delle circostanze, determinando la perdita dell’incredibile forza proveniente dalla fiducia nel costante rinnovamento del domani. E’ una prerogativa dei giovani riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma quando poi gli eventi ti costringono a piegarti, tu, fanciullo inesperto che crede di poter sempre stabilire l’ordine degli avvenimenti, sei costretto ad inginocchiarti difronte alle casualità ed ai cambiamenti. Ovviamente, il nostro status di innocenza non ci abbandona spontaneamente, ma ci lascia quando si manifesta una situazione tragico-drammatica che crea i presupposti per una profonda sofferenza. La mia qual è? La fine del primo amore. Certo, a conti fatti riesco a comprende quanto fosse superabile un’esperienza del genere, ma in quel momento sembrava che il mondo potesse crollarmi sulle spalle. Quel giorno non solo ho perso la verginità, ma sono anche venuto al mondo una seconda volta acquisendo una consapevolezza nuova. Per quanto io lo voglia, il controllo degli eventi non è in mio potere. Diciamoci la verità, chiunque da giovane ha creduto di essere il centro di un piccolo universo, ma dopo aver provato un grande dolore che lo ha brutalmente spaccato internamente, si è reso conto di essere una minuscola gocciolina in un mare di gente. Il giorno in cui ho perso la verginità è stato lo stesso giorno in cui mi sono reso conto della mia grande ingenuità e sono cresciuto. Mi sembrava che le prime rughe fossero spuntate sul volto e che una ciocca di capelli fosse improvvisamente sbiancata, desideravo sparire dalla nuova realtà che mi si parava innanzi, senza riuscire a trovare la via d’uscita. Quanto può essere difficile accettare un cambiamento quando non si è cambiati, lo sa solo chi ha provato un’esperienza del genere e, sommariamente, tutti dovrebbero avere nel proprio bagaglio culturale, un frammento di vissuto contenete questa situazione. La perdita della verginità determina il passaggio dall’ovattato ambiente delle sicurezze sulle quali adagiamo le nostre menti, al mondo delle insicurezze alimentate dalle maggiori relazioni con gli altri, dalla coscienza dell’incomprensione e da una maggiore sensibilità conquistata. Per fare un paragone con il sesso, possiamo appellarci alla concezione religiosa della verginità. La castità pre-coniugale veniva considerata come uno degli atti di maggiore spicco in una donna, poiché essa dimostrava di non essersi macchiata con il sudicio vizio della lussuria, oggi possiamo stabilire un parallelismo culturale dicendo che la verginità psichica va tutelata anche solo in parte, per far sì che gli uomini non coltivino un vizio di gran lunga peggiore, quello della vendetta. Sfortunatamente è impossibile conservarla in un primo momento, ma recuperarla in seguito diventa quasi obbligatorio.

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Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

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Riflessioni sul sistema hegeliano, marxsista e feuerbachiano

Il filoso G.W.F. Hegel in uno dei suoi scritto, “la Fenomenologia dello Spirito”, mette in rapporto due figure del mondo antico, precisamente della civiltà feudale, per stabilire come la coscienza, che da conoscenza oggettiva, si affermi in auto-coscienza. Questa parte dello scritto viene universalmente riconosciuta come quella del servo-padrone. Consideriamo prima il servo nella sua fattispecie e poi il padrone. Il primo diventa schiavo perché ha perduto l’indipendenza tremando dinanzi alla paura della morte, il secondo invece domina sul primo proprio perché ha coraggiosamente messo a repentaglio la sua vita pur di mantenere salva l’indipendenza.

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