Why we need men

With the Harvey Weinstein affair going on, social media has been flooded with the hashtag #metoo and #balancetonporc, used by women to speak up about their aggressors. It was meant for everyone to understand the extent of the sexual harassment.

It was hard to see. It was hard to see so much sufferance, and how many stories had been kept secret for so long. To see how difficult it is to speak up about this and how complicated it is for others to hear the stories. Sexual harassment calls for such deep wounds in one’s integrity that our society doesn’t have the keys to respond to it.

It was hard to see how many people did not realize the scale at which sexual harassment occurs; to see that most of these people were men. I still believe most of the men feel strongly about women’s rights, and support the fight; they think it’s terrible what women go through, and they firmly condemn the perpetrators, but how many of them will speak up about it? We need everyone to set the limits, not only women. We need a society capable of standing up against that latent sexism it is built on.

Nowadays, talking about “gender equality”, we hear a “women’s issue” and that feminism is a women’s thing. The only way it will change, is by making “gender equality” a universal fight, not only for women.

Jackson Katz said: “We talk about how many women were raped last year, not about how many men raped women last year. We talk about how many girls in a school district were harassed last year, not about how many boys harassed girls. […] So you can see how the use of the passive voice has a political effect. It shifts the focus off men and boys on to girls and women. Even the term ‘violence against women’ is problematic. It’s a passive construction; there’s no active agent in the sentence. It’s a bad thing that happens to women, but when you look at that term ‘violence against women’, nobody is doing it to them. Men aren’t even a part of it!”

This shows how our society sees gender inequality. Down to the way we speak about it, the women are discriminated. Words matter, they influence the way we think, the way we act and the way we see our society. Without taking into account the damage this can do to her, calling a girl a “slut” for the way she is dressed might be a joke, but a guy may not see it this way, and believe it: this is what needs to stop. We all need to question the norms and “jokes” we have been accepting for too long that lead to sexual abuse.

Everyone should be free of going wherever they want, at any time of the day or of the night without thinking about how they are dressed and how they look. No one should be catcalled and choose to walk 10 more minutes to avoid a gloomy path. Women should be able to wear skirts and dresses without getting suggestive looks from their co-workers all day. If we all start questioning this, men and women, it will change the way we see things: it’s a matter of respect, it’s a matter of the words we use and the way we talk, the jokes we say.

I strongly believe the only way to achieve this is to raise boys as feminists, to educate our kids about respect and about limits. Why would we teach our girls to be careful instead of educating boys about consent? Teaching boys and girls to be feminist gives them a sense of justice, empathy and strength, and helps them escape the “gender norms” they are pressured to fit into. It will make them feel comfortable with themselves and help them stand up for what’s right and call out their friends when a joke is going too far.

 

di Sidonie Meynial


Sin dal principio dello scandalo Weinstein i social media sono stati inondati dagli hastags #metoo e #balancetonporc, utilizzati da milioni di donne per raccontare dei loro aggressori. L’obiettivo è quello di far comprendere in maniera diffusa la grandezza del fenomeno delle molestie sessuali.

È difficile da vedere. È difficile comprendere così tanta sofferenza, e quante storie sono state tenute segrete per cosi tanto tempo; vedere quanto sia difficile parlare di ciò e quanto complicato sia per gli altri ascoltarle. Una molestia sessuale richiama ferite così profonde nell’integrità della persona che la nostra società non ha le chiavi per rispondere ad esse.

È difficile vedere quante persone non abbiano realizzato la portata di questo fenomeno: è difficile scoprire che tra tutte le persone che non lo comprendono, la maggior parte siano uomini. Non che io non creda che una buona parte degli uomini sia empatica nei confronti dei diritti delle donne, anzi credo che ne supporti la battaglia; gli uomini pensano che l’esperienza a cui molte donne vanno incontro sia terribile e condannano fermamente chi la commette, ma quanti di loro la denunceranno? Tutti devono stabilire un limite di sopportazione, non soltanto le donne. Serve una società capace di condannare il sessismo latente sul quale è costruita.

Oggi, quando si parla di uguaglianza di genere, sembra troppo spesso che il femminismo sia un problema soltanto delle donne. L’unica maniera per cambiare questa prospettiva è fare dell’uguaglianza di genere una battaglia universale, non soltanto delle donne.

Jackson Katz ha detto: “Si parla di quante donne sono state violentate lo scorso anno, non di quanti uomini le hanno assalite. Si parla di quante ragazze sono state molestate lo scorso anno in un distretto scolastico, non del numero di ragazzi che le hanno aggredite. […] Così si può vedere come l’utilizzo di una voce passiva abbia un effetto politico. Sposta i riflettori lontano dagli uomini e i ragazzi e li punta verso donne e ragazze. Anche il termine “violenza contro le donne” è un problema. È una costruzione passiva; non viene infatti specificato l’agente attivo nella proposizione. È un’esperienza terribile per le donne, ma quando si guarda a “violenza contro le donne” sembrerebbe che nessuno la stia commettendo nei loro confronti. Gli uomini non sono neanche lontanamente parte di tutto ciò!”

Questo racconta molto di come la nostra società guardi alla diseguaglianza di genere. Per quanto a fondo se ne possa parlare, le donne sono discriminate. Le parole contano, influenzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui ci comportiamo e anche il modo in cui vediamo la nostra società. Infatti, senza prendere in considerazione quanto possa ferirla, chiamare una ragazza “puttana” per come si veste potrebbe passare per uno scherzo, ma qualche ragazzo potrebbe prendere la cosa sul serio e finire con il crederci: è questo che deve finire. Tutti noi dobbiamo riflettere sulle norme e sugli “scherzi” che abbiamo accettato per troppo tempo e che possono portare all’abuso sessuale.

Tutti dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza pensare a come sono vestiti o all’apparenza estetica. Nessuno dovrebbe essere messo in imbarazzo e scegliere di camminare dieci minuti in più per evitare una strada buia. Le donne dovrebbero avere il diritto di mettersi gonne e vestiti senza dover ricevere sguardi ammiccanti dai colleghi, tutto il giorno, ogni giorno. Se tutti iniziassimo a mettere in discussione questi atteggiamenti, sia uomini che donne, potremmo cambiare il modo in cui guardiamo alle cose: è una questione di rispetto, delle parole che utilizziamo e la maniera in cui parliamo.

Io credo fermamente che l’unico modo per ottenere questo risultato sia crescere i bambini come femministi, educarli al rispetto e, soprattutto, a riconoscere e rispettare i limiti. Perché dovremmo insegnare alle nostre figlie a stare attente piuttosto che educare i figli alla comprensione? Insegnando a ragazzi e ragazze ad essere femministi, si danno loro le basi per sviluppare un senso di giustizia, empatia e forza in grado di farli uscire dalle “norme di genere” che altrimenti si sentirebbero in dovere di rispettare. Li farà sentire bene con se stessi e li aiuterà a difendere i diritti e a rimproverare i loro amici quando uno scherzo andrà troppo in là.

 

Milano che fatica: breve storia di uno come tanti

Quando sono arrivato Milano per la prima volta, circa tre anni fa, ho capito dove avrei passato parte del mio futuro. Una scelta condivisa da tanti, la mia, che permette alla grande parata dei migranti di sfoggiare una nuova majorette. Una goccia nel mare mare.

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Berlin ist arm, aber sexy

Sono arrivato a Berlino a fine giugno per un periodo di studio estivo, per avvicinarmi alla lingua tedesca, una lingua ostica e complicata, ma senza la quale è impensabile avere una piena e soddisfacente esperienza di vita in Germania. Infatti, nonostante in città si possa dialogare in inglese senza nessun problema, la conoscenza della lingua permette di comprendere alcuni aspetti della cultura tedesca, e nello specifico berlinese, che altrimenti verrebbero inesorabilmente persi. Non è stato certo questo il mio primo trascorso berlinese, ma per la prima volta ho deciso di lanciarmi solitario e per un periodo medio-lungo alla scoperta della città, con l’obiettivo di trasfromare le straordinarie sensazioni ed emozioni dei miei precedenti soggiorni in un’idea più ampia e matura dell’unicità di questa città piena di storia. Per rendere questa esperienza completa, però, un corso di lingua non è sufficiente; serve avere coraggio, lanciarsi, cercare di intercettare persone del luogo per scoprirne i segreti e le iniziative. Questo è quello che ho fatto.

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Licenziato perchè troppo diverso

Quando “in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più”, ecco che l’estate è finita e momenti indimenticabili sono già un ricordo, per dirla alla Ringhiera. Eppure alcune questioni estive sono più resilienti di altre e neanche il calo di temperatura riesce a farle sbollire.

All’inizio di agosto, per essere precisi il 7, James Damore, ingegnere di Google, è stato licenziato per aver pubblicato sulla rete intranet dell’azienda un documento di 10 pagine intitolato Google’s ideological echo chamber (scaricabile qui), con il quale cerca di aprire un dibattito sulla diversità e fare breccia nella monocultura di stampo liberal che pervade gli ambienti della società californiana.

Da allora, i giornali, in particolare statunitensi, hanno infiammato l’accaduto, tanto più ora che, oltreoceano, quello del free speech è diventato un tema capace di guidare i sentimenti dell’opinione pubblica.

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La città di tutti – Istituzioni

La priorità delle istituzioni cittadine deve essere una: fare in modo che tutti i residenti possano muoversi, lavorare e divertirsi liberamente, che i turisti possano godere di una città autentica e che i bambini possano crescere in un ambiente sano. Questo succede offrendo un servizio pubblico (dai trasporti ai bagni pubblici, dall’edilizia ai permessi) adeguato alle richieste dei propri cittadini. I centri storici vanno tutelati, chiusi al traffico e valorizzati sfruttando la loro inestimabile bellezza; le periferie vanno incluse e dunque attendiamo con ansia gli sviluppi del “Bando delle Periferie” lanciato dal governo nel 2016 con lo scopo di garantire fondi (pochi, ma pur sempre una buona base di partenza) per la riqualifica di intere aree dismesse o in degrado in 120 comuni d’Italia.

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Una giornata all’italiana

Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.

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Non spegnerete LUMe

A guardare indietro oggi dal vicolo Santa Caterina di Milano l’otto Aprile 2015 e tutte le speranze che quella giornata aveva portato con sè sembrano proprio lontani. Non tanto perché sono passati due anni, il tempo da solo spesso non basta ad allontanare i ricordi, bensì perché tutto adesso pare diverso. O meglio, l’irruzione della polizia di questa mattina ha cambiato i nostri umori e le nostre prospettive e questo è bastato per far sì che il mondo intero adesso sia per noi un posto meno bello.

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La città di tutti – Periferie

Un quartiere nasce e si sviluppa nel momento in cui i suoi abitanti hanno piena possibilità di esprimersi e, di conseguenza, di conoscersi e interagire in maniera pro-attiva. Ogni quartiere deve poter essere da un lato autonomo nella propria gestione del capitale umano e lavorativo, dall’altro è importante che sia facilmente raggiungibile, attrezzato e ben collegato con il resto della città.

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La città di tutti

L’ultimo successo, in ordine di tempo, è stato il ritorno del Giro d’Italia: dopo le scaramucce, incomprensioni e malintesi degli anni passati, la corsa rosa si è conclusa in Piazza Duomo il 28 maggio. Non è stata neanche una passerella, ma una cronometro individuale che ha ribaltato la classifica.
È solo la più recente – e non la più importante – delle nuove, crescenti e continue novità offerte da Milano. Non più tardi del mese scorso in Fiera si è tenuto Tempo di Libri, il nuovo Salone del Libro fino all’anno scorso completamente a Torino; i poli universitari continuano a scalare le classifiche di categoria, quelli di ricerca raggiungono i livelli di eccellenza europei; il Salone del Mobile e l’annesso Fuorisalone hanno portato la solita annuale ventata di allegria; sono all’ordine del giorno, se non in attuazione, i progetti di Human Technopole e degli scali ferroviari, e la nuova linea della metropolitana; tra le startup innovative italiane, una su sei viene da qui. Si potrebbe andare avanti a lungo e più nel dettaglio, perché per Milano è veramente una stagione straordinaria, da vivere, apprezzare, godere il più possibile.

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Minori stranieri non accompagnati: Italia apripista in Europa

Lo scorso 29 Marzo è stata approvata alla Camera a larghissima maggioranza (375 i voti a favore) la proposta di legge “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” (Legge 7 Aprile 2017 n. 47). Il progetto di legge, portato avanti dal Pd e fortemente promosso e voluto da Save the Children, si fonda sull’idea che i bambini che, dopo viaggi interminabili, giungono in territorio italiano (25mila solo nel 2016) siano minori prima che migranti e profughi.

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