Carcere Minorile Beccaria: la mia esperienza di volontario e un invito a partecipare

Martedì 7 novembre avranno luogo le selezioni di Bir per poter svolgere attività di volontariato presso l’I.P.M. (istituto penale minorile) Beccaria. Da due anni ho la fortuna di far parte del gruppo che ogni domenica e lunedì entra in carcere, da qualcuno di più dell’associazione la quale organizza anche campi  estivi (e invernali) di volontariato internazionale in Romania e Moldova.

Vado dritto al punto. All’interno dell’I.P.M. abbiamo a che fare con ragazzi la cui età varia fra i 14 e i 25 anni (secondo la legge 117 del 2014 chiunque sia stato condannato quando minorenne ha il privilegio di poter continuare a scontare la pena, anche una volta compiuti i 18 anni, all’interno del carcere minorile fino al compimento del 25esimo anno di età). L’attività che svolgiamo cambia a seconda del giorno di ingresso: domenica o lunedì.

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di Cataluña Libre, Post-nazioni, John Lennon e globalismo: date al Popolo quel che è del Popolo!

Non è facile esprimere un giudizio sulla vicenda catalana, come non è mai facile in generale raccogliere pensieri certi quando la volontà della popolazione si scontra con ragioni storiche o ci viene il dubbio che sia inebriata da discorsi demagogici. Così la difficoltà di giudicare univocamente nel merito le notizie da Barcellona e di lasciarmi convincere appieno dalle ragioni di una o dell’altra parte mi hanno infine portato a disinteressarmi della vicenda in sé e trasportare il dubbio dall’iniziale piano pratico a uno fortemente ideologico, scoprendo tra le risposte che mi sono dato soluzioni decisamente radicali ma potenzialmente applicabili. Al di là di ciò che si può pensare di Puidgemont, Rajoy e il referendum che ha spaccato l’opinione pubblica, la vicenda Catalana offre infatti un generoso spunto per svariate riflessioni “ideologiche” e potrebbe a mio avviso rappresentare la pietra miliare di una svolta storica.

Il tema dell’indipendenza può sembrare trascurabile ed astratto eppure è stato nei decenni passati fonte di persistenti disordini: essere assoggettati a un vessillo che non si percepisce come il proprio si è dimostrato un serio problema per moltissimi: una vera e propria forma di oppressione. Così dai Corsi ai Catalani, dai Baschi ai Gagauzi di Moldavia, dai Kurdi ai sud Tirolesi in tutto il mondo, in diversi decenni, centinaia di migliaia di persone hanno dimostrato, più o meno pacificamente, la loro riluttanza ad essere considerati parte dell’entità geopolitica a cui venivano associati.

Le costituzioni della stragrande maggioranza dei paesi non contemplano attualmente un iter tramite cui una regione possa dichiararsi indipendente dallo stato di cui fa parte, ed è molto difficile immaginarsi altrimenti per la natura stessa delle costituzioni: sono le leggi fondamentali e costituenti di un territorio unitario, lo stato, pensato per durare ed essere organizzato secondo le procedure stabilite dalla costituzione stessa, che non sarebbe più in vigore in un nuovo stato secessionista. Dunque parrebbe impossibile modificare gli attuali confini statali per vie legali a meno di un’improbabile intesa nazionale che porti a una modifica ad hoc della costituzione.

Quali scelte restano dunque ad un popolo che non si sente parte di uno stato entro cui si trova -per ragioni spesso prettamente storiche- confinato? Solamente l’accettazione passiva della propria condizione o “vari livelli di lotta”, ma tendenzialmente in questo caso è necessario (essere in grado di) vincere una vera e propria guerra contro lo stato centrale.

Ora, sperando che mi perdonerete per l’interminabile premessa, siamo giunti al punto centrale del ragionamento: è possibile che nel 2017, nel 3° millennio, nell’epoca in cui i robot sono in grado di montare telefoni e sganciare bombe nucleari, una guerra sia l’unica risposta a una forma di malcontento popolare? Fino a dove è doveroso difendere l’esistente ordine, in molti casi stabilito 50 anni fa da un gruppo di poche persone? È corretto che chi ha un’identità nazionale diversa da quella statale venga castrato da uno dei primi articoli della costituzione finchè non si dimostri militarmente forte a sufficienza da separarsene? Sarebbe a mio avviso salomonico che oggi finalmente si riuscisse a trovare una risposta migliore della violenza persino a un tema come l’indipendenza e la creazione di nuovi stati.

Raggiunto l’apice dell’astrattismo torniamo ora con i piedi per terra: quale potrebbe essere, se non la guerra, il criterio secondo cui ad alcuni popoli va riconosciuta e concessa pacificamente l’indipendenza (e ad altri no)? Ho sottoposto questa domanda a diversi amici ottenendo svariate risposte tutte interessanti ma tra queste solamente una mi ha pienamente convinto. Alcuni hanno sostenuto che solo ai popoli “oppressi” dovesse essere riconosciuta l’indipendenza dalla comunità internazionale, ma è evidente la difficoltà di definire quale popolo rientri in questa categoria e quale no e il conseguente paradosso se si considera l’imposizione di una bandiera in cui non ci si riconosce come oppressione. Altri hanno suggerito che debba restare la guerra l’unica via, sicché funga da deterrente per uno stravolgimento della situazione attuale che risulterebbe problematico. Altri ancora hanno suggerito che si analizzi pacificamente caso per caso e si cerchi un compromesso.

Io sono dell’idea che, per le ragioni fin qui elencate e vista “la scusa catalana” per discuterne sia arrivato il momento di difendere un principio nuovo, dirompente, che mi rendo perfettamente conto essere apparentemente coerente sul piano ideologico ma complicatissimo su quello pratico. Credo infatti che, a qualsiasi comunità sia in grado di esprimere tramite votazioni e manifestazioni partecipate la volontà di indipendenza e successivamente di organizzarsi e sostenere un referendum che dimostri che una maggioranza qualificata -sulla quale si potrebbe aprire un’altra interminabile discussione- delle persone che popolano quella comunità è d’accordo con la secessione, ciò debba essere concesso.

Il motivo è molto semplice: la “volontà della maggioranza” è il parametro a cui, caduti i sistemi ereditari (nonostante fossimo ben consapevoli fin dai tempi di Aristotele dei potenziali rischi legati alla demagogia) ci siamo sempre affidati per prendere decisioni riguardanti una collettività e dovrebbe iniziare ad essere applicato anche alla nascita degli stati.

Certo ciò creerebbe un mondo fatto di tantissime piccole comunità: un domani non solo la Catalogna o la Corsica ma persino il comune di Bolzano potrebbe sentirsi in diritto e dunque in dovere di dichiarare la propria indipendenza. Questo, che sembra un esito apocalittico potrebbe in realtà rivelarsi un domani un mondo pacifico e rispettoso: tante piccole comunità indipendenti potrebbero stringere l’una con l’altra dettagliati accordi, superando totalmente gli stati nazioni e persino la lenta e parziale federazione di questi all’intero dei continenti, costituendo entità complesse e dinamiche di ampiezza continentale o addirittura mondiale: delle “Post-Nazioni a più velocità”.

Le diverse velocità sarebbero infatti rappresentate dalle diverse profondità e dalla natura dei legami che legano una comunità autonoma ad un’altra, magari con alcuni livelli prefissati come anche indicato pochi giorni fa (anche se si riferiva ovviamente agli stati nazioni attualmente esistenti) dal presidente del consiglio Europeo Donald Tusk (esempio semplicistico: Livello di integrazione tra due comunità 1=solo libero scambio; Liv.2=libero scambio+libera circolazione; Liv.3=Liv2+politica fiscale in comune etc…)

Forse ora ho trovato una risposta al mio dubbio iniziale: Madrid dovrebbe lasciare ai catalani la possibilità di dimostrare con un referendum pacifico che la volontà di indipendenza è condivisa da tutti o quantomeno dai più e se lo sarà beh, benvenga senza rancore la Cataluña libre, la fine degli stati come li conosciamo e l’avvento delle post-nazioni europeiste o globaliste e federate!

Io sono il solito fantasioso speculatore ma se dividere per unire fosse poi una soluzione?

I hope someday you’ll join us and the world will be as one!

Siate come Ulisse!

Qualche anno fa mi fu chiesto di inaugurare l’anno scolastico a Crotone. Ero Rappresentate della Consulta Provinciale Studentesca, ricordo che l’evento fu allietato da un delizioso concerto del liceo musicale della città pitagorica. Per l’occasione venne messo a disposizione degli studenti musicisti il Duomo e fuorno invitate le massime cariche istituzionali locali e scolastiche, compreso il direttore regionale dell’Ufficio Scolastico.

Ero anche io studente e per il primo anno il discorso inaugurale non lo faceva una carica istituzionale, la preside del mio liceo firmò controvoglia un permesso per la giornata e accompagnato da un professore mi recai in Duomo per l’orazione. Pioveva, c’era vento, ero pronto per l’assemblea d’istituto che si sarebbe celebrata poche ore più tardi ma non sapevo cosa dire di politicamente corretto davanti ad un paio di preti, un vescovo e qualche autorità in vetrina. Pensavo fosse ingusto tenere gli altri studenti lontani dall’inaugurazione del nostro anno scolastico, provai a chiedere la presenza di qualche classe ma mi risposero che avevano già provveduto ad invitare qualche classe di altrettante scuole di ogni ordine e grado e che così era ormai deciso. Nonostante il rimorso di perdere l’assemblea d’istituto pensai a cosa dire a quella disinteressata platea di tromboni e m’impegnai a parlare comunque a chi la scuola la viveva ogni giorno.

Dopo i saluti di rito, scrissi due righe sul cellulare e quando arrivò il mio turno dissi le stesse cose che ora voglio dire a chi in questi giorni ritorna nelle classi.

“Cari tutti,
da tempo sentiamo parlare di buona scuola, anzi in questi giorni noi rappresentanti siamo chiamati dal governo a partecipare alla consultazione online sulla riforma promossa dalla presidenza del consiglio dei ministri
(era il 2014, ndr.). Sappiate che noi studenti un’idea su cosa e come debba essere la scuola ce l’abbiamo sempre avuta! La buona scuola che noi pretendiamo è una scuola sicura che non sia deficitaria nelle strutture, una scuola senza barriere architettoniche e accessibile a tutti, una scuola pubblica che garantisca senza distinzioni il diritto allo studio a prescindere dalle condizioni economiche, sociale e culturali dei suoi studenti, una scuola per chi è nato in Italia e per chi viene da altre terre, una scuola per i cristiani, i musulmani rispettosa di ogni religione ed etnia, perché la diversità è ricchezza, una scuola che non faccia nessuna discriminazione neppure diretta all’orientamento sessuale di chi la frequenta, una scuola vicina al mondo del lavoro e ai lavoratori, diversa da quella dell’alternanza scuola-lavoro che ci viene proposta in questi giorni (era il 2014 ma è cambiato poco, ndr), una scuola che non lasci da parte la storia dell’arte, la cura del fisico e che non trascuri la digitalizzazione e l’informatizzazione, una scuola che faccia prevenzione in favore della salute pubblica, una scuola che parli di educazione sessuale in aula, una scuola in grado di gratificare insegnanti e studenti, una scuola che sappia superare la rigidità delle lezioni frontali e che faccia dei suoi studenti i principali protagonisti e i veri destinatari del messaggio formativo e culturale che solo la scuola pubblica sa dare. Concludendo cito Dante: “Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza”. In questi versi del XXVI canto dell’Inferno Ulisse si rivolge ai suoi compagni, ribadendo che l’uomo non è stato concepito per rimanere impantanato nella palude dell’ignoranza come le bestie, ma per elevarsi nell’olimpo del sapere e della nobiltà d’animo. Ulisse era intenzionato ad  attraversare le colonne d’Ercole,  solcando i mari oltre lo stretto di Gibilterra, che a quel tempo nessuno ancora aveva visto. Attraversare quello stretto significava oltrepassare il limite estremo del mondo conosciuto, molto di più di un limite geografico, bensì un vero e proprio limite conoscitivo. Oltre le colonne c’è la speranza di terre migliori, la stessa che una buona scuola dovrebbe coltivare affrontando la dispersione scolastica per esempio, che è ancora oggi una piaga che indebolisce notevolmente l’istruzione pubblica.
Siate ostinati, andate oltre, perseverate nelle difficoltà e non lasciatevi sopraffare dalle intemperie, solcate il mare all’insaputa del cielo, fate come Ulisse: non accontentavi di quello che già conoscete, vogliate sempre di più, aspirate al massimo e pretendetelo!
Buon anno scolastico a tutti!”

PS: Alla fine di sto pippone, che aveva quasi fatto drizzare i capelli al preside di un istituto cattolico paritario che era presente tra il pubblico, mi sarei aspettato un richiamo da parte del professore coordinatore della Consulta, invece quei tromboni si alzarano per applaudire perché dietro intanto gli studenti presenti li avevano anticipati. Un giornalista poi mi chiese cosa mi aspettassi personalmente dalla scuola, risposi la riduzione delle disuguaglianze e la possibilità di riscatto delle fasce più deboli perché a scuola siamo tutti uguali. Non sono sicuro avesse capito il senso della risposta ma fu l’inizio di un bellissimo anno.
Buon anno scolastico anche a tutti voi!

Ius soli e ius culturae, tra cittadinanza e senso di appartenenza

I figli dei cittadini stranieri nati in Italia, oggi, hanno diritto alla cittadinanza solo se, una volta diventati maggiorenni, dichiarano entro un anno di volerla acquisire e se fino a quel momento hanno risieduto nel Paese “legalmente e ininterrottamente”. La legge da modificare è la  n. 91 del 5 febbraio 1992, ai senatori italiani qualche giorno fa non è basta più di mezza giornata di discussione, poi la seduta è stata sospesa: il caldo afoso romano avrà surriscaldato gli animi e l’emiciclo di palazzo Madama si è trasformato in un’arena. A fine giornata il bollettino medico segnava un ministro in infermieria per contusioni più i soliti raptus di follia leghista conditi di cartelli razzisti e “vaffa libero”.

Il disegno di legge sulla nuova cittadinanza era già passato alla Camera nel 2015 pronto per essere varato dal Governo in attesa del parere del Senato. Cosa prevede? Due nuovi modi per acquisire la cittadinanza: lo ius soli temperato (guai a fare le cose radicali in Italia che altrimenti ce ne vergogniamo!) e lo ius culturae.

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Irresponsabili, i matti siamo noi

Conoscete la legge 81 del 2014? Ecco, proprio questo testo normativo sanciva l’ennesima scadenza disattesa dalla politica italiana. E non provate a dire che adesso ogni denuncia è populismo, si tratta di preservare e tutelare la salute fisica e mentale, quindi la vita, degli ultimi, dei dimenticati e di chi non ce la fa.

Per capirci la Legge 81 prevedeva la definitiva chiusura degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari) in data 31 marzo 2015 e la loro sostituzione con le REMS (residenze per l’esecuzione misure di sicurezza sanitaria) obbligate per legge ad ospitare gli autori di reato malati di mente, prosciolti perché incapaci di intendere e di volere. Ad oggi abbiamo più di qualche problema.

Il 17 marzo 2017 il Governo Gentiloni ha posto la fiducia sul ddl Giustizia, l’art 12 comma 3 lett. d apre le porte delle REMS non solo a quei “soggetti per i quali sia stato accertato in via definitiva lo stato di infermità al momento della commissione del fatto, ma anche a tutti coloro per i quali l’infermità di mente sia sopravvenuta durante l’esecuzione della pena, degli imputati sottoposti a misure di sicurezza provvisorie e a tutti coloro per i quali occorra accertare le relative condizioni psichiche, qualora le sezioni degli istituti penitenziari alle quali sono destinati non siano idonee a garantire i trattamenti terapeutico-riabilitativi.” Significherebbe un balzo indietro di almeno 20 anni, oltre che una scorciatoia per chi fino ad oggi non ha fatto tutto il possibile (colpevolmente) per garantire le cure ai detenuti. Impensabile la soluzione di rinviare tutti coloro che hanno, o si presume abbiano, problemi di disagio mentale nelle REMS e quindi in strutture dedicate solo ai malati di mente, con il rischio inequivocabile di riprodurre la logica manicomiale del “doppio binario”. Hanno già espresso tutta la preoccupazione le sigle sindacali, alcuni gruppi parlamentari e il mondo delle associazioni. In riferimento a questo passaggio parlamentare il comitato stopOPG in un comunicato dello stesso giorno fa notare che semmai si dovrebbero potenziare le misure alternative alla detenzione.

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