Milano che fatica: breve storia di uno come tanti

Quando sono arrivato Milano per la prima volta, circa tre anni fa, ho capito dove avrei passato parte del mio futuro. Una scelta condivisa da tanti, la mia, che permette alla grande parata dei migranti di sfoggiare una nuova majorette. Una goccia nel mare mare.

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Berlin ist arm, aber sexy

Sono arrivato a Berlino a fine giugno per un periodo di studio estivo, per avvicinarmi alla lingua tedesca, una lingua ostica e complicata, ma senza la quale è impensabile avere una piena e soddisfacente esperienza di vita in Germania. Infatti, nonostante in città si possa dialogare in inglese senza nessun problema, la conoscenza della lingua permette di comprendere alcuni aspetti della cultura tedesca, e nello specifico berlinese, che altrimenti verrebbero inesorabilmente persi. Non è stato certo questo il mio primo trascorso berlinese, ma per la prima volta ho deciso di lanciarmi solitario e per un periodo medio-lungo alla scoperta della città, con l’obiettivo di trasfromare le straordinarie sensazioni ed emozioni dei miei precedenti soggiorni in un’idea più ampia e matura dell’unicità di questa città piena di storia. Per rendere questa esperienza completa, però, un corso di lingua non è sufficiente; serve avere coraggio, lanciarsi, cercare di intercettare persone del luogo per scoprirne i segreti e le iniziative. Questo è quello che ho fatto.

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Siate come Ulisse!

Qualche anno fa mi fu chiesto di inaugurare l’anno scolastico a Crotone. Ero Rappresentate della Consulta Provinciale Studentesca, ricordo che l’evento fu allietato da un delizioso concerto del liceo musicale della città pitagorica. Per l’occasione venne messo a disposizione degli studenti musicisti il Duomo e fuorno invitate le massime cariche istituzionali locali e scolastiche, compreso il direttore regionale dell’Ufficio Scolastico.

Ero anche io studente e per il primo anno il discorso inaugurale non lo faceva una carica istituzionale, la preside del mio liceo firmò controvoglia un permesso per la giornata e accompagnato da un professore mi recai in Duomo per l’orazione. Pioveva, c’era vento, ero pronto per l’assemblea d’istituto che si sarebbe celebrata poche ore più tardi ma non sapevo cosa dire di politicamente corretto davanti ad un paio di preti, un vescovo e qualche autorità in vetrina. Pensavo fosse ingusto tenere gli altri studenti lontani dall’inaugurazione del nostro anno scolastico, provai a chiedere la presenza di qualche classe ma mi risposero che avevano già provveduto ad invitare qualche classe di altrettante scuole di ogni ordine e grado e che così era ormai deciso. Nonostante il rimorso di perdere l’assemblea d’istituto pensai a cosa dire a quella disinteressata platea di tromboni e m’impegnai a parlare comunque a chi la scuola la viveva ogni giorno.

Dopo i saluti di rito, scrissi due righe sul cellulare e quando arrivò il mio turno dissi le stesse cose che ora voglio dire a chi in questi giorni ritorna nelle classi.

“Cari tutti,
da tempo sentiamo parlare di buona scuola, anzi in questi giorni noi rappresentanti siamo chiamati dal governo a partecipare alla consultazione online sulla riforma promossa dalla presidenza del consiglio dei ministri
(era il 2014, ndr.). Sappiate che noi studenti un’idea su cosa e come debba essere la scuola ce l’abbiamo sempre avuta! La buona scuola che noi pretendiamo è una scuola sicura che non sia deficitaria nelle strutture, una scuola senza barriere architettoniche e accessibile a tutti, una scuola pubblica che garantisca senza distinzioni il diritto allo studio a prescindere dalle condizioni economiche, sociale e culturali dei suoi studenti, una scuola per chi è nato in Italia e per chi viene da altre terre, una scuola per i cristiani, i musulmani rispettosa di ogni religione ed etnia, perché la diversità è ricchezza, una scuola che non faccia nessuna discriminazione neppure diretta all’orientamento sessuale di chi la frequenta, una scuola vicina al mondo del lavoro e ai lavoratori, diversa da quella dell’alternanza scuola-lavoro che ci viene proposta in questi giorni (era il 2014 ma è cambiato poco, ndr), una scuola che non lasci da parte la storia dell’arte, la cura del fisico e che non trascuri la digitalizzazione e l’informatizzazione, una scuola che faccia prevenzione in favore della salute pubblica, una scuola che parli di educazione sessuale in aula, una scuola in grado di gratificare insegnanti e studenti, una scuola che sappia superare la rigidità delle lezioni frontali e che faccia dei suoi studenti i principali protagonisti e i veri destinatari del messaggio formativo e culturale che solo la scuola pubblica sa dare. Concludendo cito Dante: “Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza”. In questi versi del XXVI canto dell’Inferno Ulisse si rivolge ai suoi compagni, ribadendo che l’uomo non è stato concepito per rimanere impantanato nella palude dell’ignoranza come le bestie, ma per elevarsi nell’olimpo del sapere e della nobiltà d’animo. Ulisse era intenzionato ad  attraversare le colonne d’Ercole,  solcando i mari oltre lo stretto di Gibilterra, che a quel tempo nessuno ancora aveva visto. Attraversare quello stretto significava oltrepassare il limite estremo del mondo conosciuto, molto di più di un limite geografico, bensì un vero e proprio limite conoscitivo. Oltre le colonne c’è la speranza di terre migliori, la stessa che una buona scuola dovrebbe coltivare affrontando la dispersione scolastica per esempio, che è ancora oggi una piaga che indebolisce notevolmente l’istruzione pubblica.
Siate ostinati, andate oltre, perseverate nelle difficoltà e non lasciatevi sopraffare dalle intemperie, solcate il mare all’insaputa del cielo, fate come Ulisse: non accontentavi di quello che già conoscete, vogliate sempre di più, aspirate al massimo e pretendetelo!
Buon anno scolastico a tutti!”

PS: Alla fine di sto pippone, che aveva quasi fatto drizzare i capelli al preside di un istituto cattolico paritario che era presente tra il pubblico, mi sarei aspettato un richiamo da parte del professore coordinatore della Consulta, invece quei tromboni si alzarano per applaudire perché dietro intanto gli studenti presenti li avevano anticipati. Un giornalista poi mi chiese cosa mi aspettassi personalmente dalla scuola, risposi la riduzione delle disuguaglianze e la possibilità di riscatto delle fasce più deboli perché a scuola siamo tutti uguali. Non sono sicuro avesse capito il senso della risposta ma fu l’inizio di un bellissimo anno.
Buon anno scolastico anche a tutti voi!

Nighthawks

In the loneliness of a gloomy night,

men and women sit by themselves.

They are close, but they don’t talk

darkened in their souls

wicked in their mind.

 

Not even the spiritous inebriation

relieves those hearts full of pain

from their fear of the mishmash of the world.

 

The nighthawks wander fearful

walking up and down

they pass by the life,

they would like to hold on to it,

they howl busting into tears of despair.

 

But the harshness of the human nature

can’t stand their whimsy,

and flush them in the non-existence.

Dalla parte del migrante

 

Riassunto di un dialogo, fatto di incontri e scontri, durato tutta l’estate e che non deve finire con i primi venti autunnali; resoconto di un paese in cui le istituzioni democratiche scricchiolano di fronte al problema dell’integrazione e alle spavalde rivendicazioni di gruppi neofascisti, mentre sembrano dimenticarsi che il loro primo dovere è proteggere i diritti dei propri cittadini, come dimostra il caso Regeni.

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Licenziato perchè troppo diverso

Quando “in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più”, ecco che l’estate è finita e momenti indimenticabili sono già un ricordo, per dirla alla Ringhiera. Eppure alcune questioni estive sono più resilienti di altre e neanche il calo di temperatura riesce a farle sbollire.

All’inizio di agosto, per essere precisi il 7, James Damore, ingegnere di Google, è stato licenziato per aver pubblicato sulla rete intranet dell’azienda un documento di 10 pagine intitolato Google’s ideological echo chamber (scaricabile qui), con il quale cerca di aprire un dibattito sulla diversità e fare breccia nella monocultura di stampo liberal che pervade gli ambienti della società californiana.

Da allora, i giornali, in particolare statunitensi, hanno infiammato l’accaduto, tanto più ora che, oltreoceano, quello del free speech è diventato un tema capace di guidare i sentimenti dell’opinione pubblica.

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Little Red Door

An old man,

whispering in the dark,

wanders down the street

by himself.

 

If you graze him,

by accident or curiosity,

will receive nothing

but a charming smile.

 

Suddenly, an indefinite thought

gets stuck in your mind:

“the man! I must see that man,

at least once more.”

 

Departing for a hazardous ramble,

 embrace the curiosity

of your heart,

with no fear for the future.

 

And when you find him,

after a circular pilgrimage,

in his corner of shadow,

he will ask you one last question:

 

“Are you prepared to cross

the little red door?”

Only faith can explain

what is on the other side.

La città di tutti – Istituzioni

La priorità delle istituzioni cittadine deve essere una: fare in modo che tutti i residenti possano muoversi, lavorare e divertirsi liberamente, che i turisti possano godere di una città autentica e che i bambini possano crescere in un ambiente sano. Questo succede offrendo un servizio pubblico (dai trasporti ai bagni pubblici, dall’edilizia ai permessi) adeguato alle richieste dei propri cittadini. I centri storici vanno tutelati, chiusi al traffico e valorizzati sfruttando la loro inestimabile bellezza; le periferie vanno incluse e dunque attendiamo con ansia gli sviluppi del “Bando delle Periferie” lanciato dal governo nel 2016 con lo scopo di garantire fondi (pochi, ma pur sempre una buona base di partenza) per la riqualifica di intere aree dismesse o in degrado in 120 comuni d’Italia.

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La discendente parabola ischitana

 

Un pensiero rivolto al luogo

che più mi sta a cuore

 

L’Isola Verde, così è da sempre chiamato questo piccolo isolotto che chiude, a nord-ovest, il golfo di Napoli. I greci stabilirono qui la loro prima colonia nel VIII secolo avanti Cristo, la chiamarono Pithecusae; una colonia simbolo dell’incontro di civiltà che era il Mediterraneo, dove commercianti greci, etruschi e fenici scambiavano vasi e  prodotti di artigianato. Da sempre la vita straripa sull’isola, in tutte le sue forme: alberi e arbusti crescono dal mare fino alla cima del Monte Epomeo, che domina il golfo dall’alto dei suoi oltre settecento metri; i conigli convivono con gli abitanti e non è raro incontrarli camminando tra le antiche case dei piccoli borghi di montagna. È un’isola atipica, rocciosa e impervia. Arrivando dal mare si intravedono piccole baie, come quella di San Pancrazio, e grotte sottomarine che sono irraggiungibili dall’alto. Muovendosi via terra, invece, capita spesso di imbattersi di chioschi di frutta e verdura coltivati sulle pendici dell’Epomeo con anziani comari che offrono vini locali ai turisti moderando il loro strettissimo accento. È un’isola di una bellezza sinuosa, Ischia, dove mare, monti e acque termali interagiscono costantemente e anche il passaggio dell’uomo ha lasciato bellezze uniche nel loro genere: il Castello Aragonese e il borgo di pescatori di Ischia Ponte, la Chiesa del Soccorso a Forio, le antiche terme e gli acquedotti romani sono soltanto alcune delle meraviglie costruite dai diversi popoli che si sono avvicendati sull’isola.

È stata dunque un simbolo del progresso artistico della civiltà occidentale, un simbolo della grande integrazione del Mare Nostrum, di tutti noi che lo abbiamo abitato: italiani, greci, libici e siriani.

Stanotte, però, Ischia è stata travolta da morte e distruzione. Un terremoto ha scosso l’intera isola come nel 1883; subito dopo, un blackout ha lasciato tutti al buio, quasi come se la natura si fosse vergognata di far vedere ai nostri occhi lo sfregio che essa stessa ha imposto all’isola, una sorta di pentimento. Eppure, come spesso succede in queste situazioni, ad emergere come primo colpevole è invece l’uomo: come è possibile che un terremoto di magnitudo 4.0 abbia distrutto intere abitazioni e l’unico ospedale presente sull’isola sia stato evacuato in emergenza? La risposta è tanto amara quanto attuale. Nel 2017, Ischia è il simbolo di un’Italia abusiva e abusata, dove si costruisce per pura speculazione, per la “bella vista”, quella del mare, davanti o sopra a tutti gli altri. È così che crollano le case, quella più a monte non è costruita a norma e scivola giù su un’altra subito sotto, le cui fondamenta sono fatte di cartapesta, e allora anche lei crolla sulla casa del vicino. In questa maniera si parte dalla cima del monte e i crolli arrivano fino a mare. E ad Ischia, purtroppo, di case abusive ce ne sono tante, troppe. Passando sotto costa in barca si vedono interi boschi abbattuti per fare spazio a case con vista, alte due o anche tre piani, con tubature scoperte e pali dell’elettricità pericolanti. Ci sono anche case bellissime, ma abusive, in tutta l’isola se ne contano ufficialmente più di mille. Andrebbero abbattute, ma l’incompletezza delle legislazioni e la latitanza delle istituzioni lasciano troppo potere a chi, dagli abusi, ci guadagna.

Ad Ischia, come nel resto d’Italia, è fuori luogo parlare di abuso di necessità, questo termine andrebbe anzi abolito. L’abuso edilizio è un crimine e come tale va perseguito perché l’uomo, diversamente dai fenomeni naturali, è un animale senziente e di fronte ai propri scempi non può permettersi soltanto di provare vergogna, ma ha anche il dovere inderogabile di rimediare ad essi.

di Emilio Caja

Una giornata all’italiana

Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.

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