La discendente parabola ischitana

 

Un pensiero rivolto al luogo

che più mi sta a cuore

 

L’Isola Verde, così è da sempre chiamato questo piccolo isolotto che chiude, a nord-ovest, il golfo di Napoli. I greci stabilirono qui la loro prima colonia nel VIII secolo avanti Cristo, la chiamarono Pithecusae; una colonia simbolo dell’incontro di civiltà che era il Mediterraneo, dove commercianti greci, etruschi e fenici scambiavano vasi e  prodotti di artigianato. Da sempre la vita straripa sull’isola, in tutte le sue forme: alberi e arbusti crescono dal mare fino alla cima del Monte Epomeo, che domina il golfo dall’alto dei suoi oltre settecento metri; i conigli convivono con gli abitanti e non è raro incontrarli camminando tra le antiche case dei piccoli borghi di montagna. È un’isola atipica, rocciosa e impervia. Arrivando dal mare si intravedono piccole baie, come quella di San Pancrazio, e grotte sottomarine che sono irraggiungibili dall’alto. Muovendosi via terra, invece, capita spesso di imbattersi di chioschi di frutta e verdura coltivati sulle pendici dell’Epomeo con anziani comari che offrono vini locali ai turisti moderando il loro strettissimo accento. È un’isola di una bellezza sinuosa, Ischia, dove mare, monti e acque termali interagiscono costantemente e anche il passaggio dell’uomo ha lasciato bellezze uniche nel loro genere: il Castello Aragonese e il borgo di pescatori di Ischia Ponte, la Chiesa del Soccorso a Forio, le antiche terme e gli acquedotti romani sono soltanto alcune delle meraviglie costruite dai diversi popoli che si sono avvicendati sull’isola.

È stata dunque un simbolo del progresso artistico della civiltà occidentale, un simbolo della grande integrazione del Mare Nostrum, di tutti noi che lo abbiamo abitato: italiani, greci, libici e siriani.

Stanotte, però, Ischia è stata travolta da morte e distruzione. Un terremoto ha scosso l’intera isola come nel 1883; subito dopo, un blackout ha lasciato tutti al buio, quasi come se la natura si fosse vergognata di far vedere ai nostri occhi lo sfregio che essa stessa ha imposto all’isola, una sorta di pentimento. Eppure, come spesso succede in queste situazioni, ad emergere come primo colpevole è invece l’uomo: come è possibile che un terremoto di magnitudo 4.0 abbia distrutto intere abitazioni e l’unico ospedale presente sull’isola sia stato evacuato in emergenza? La risposta è tanto amara quanto attuale. Nel 2017, Ischia è il simbolo di un’Italia abusiva e abusata, dove si costruisce per pura speculazione, per la “bella vista”, quella del mare, davanti o sopra a tutti gli altri. È così che crollano le case, quella più a monte non è costruita a norma e scivola giù su un’altra subito sotto, le cui fondamenta sono fatte di cartapesta, e allora anche lei crolla sulla casa del vicino. In questa maniera si parte dalla cima del monte e i crolli arrivano fino a mare. E ad Ischia, purtroppo, di case abusive ce ne sono tante, troppe. Passando sotto costa in barca si vedono interi boschi abbattuti per fare spazio a case con vista, alte due o anche tre piani, con tubature scoperte e pali dell’elettricità pericolanti. Ci sono anche case bellissime, ma abusive, in tutta l’isola se ne contano ufficialmente più di mille. Andrebbero abbattute, ma l’incompletezza delle legislazioni e la latitanza delle istituzioni lasciano troppo potere a chi, dagli abusi, ci guadagna.

Ad Ischia, come nel resto d’Italia, è fuori luogo parlare di abuso di necessità, questo termine andrebbe anzi abolito. L’abuso edilizio è un crimine e come tale va perseguito perché l’uomo, diversamente dai fenomeni naturali, è un animale senziente e di fronte ai propri scempi non può permettersi soltanto di provare vergogna, ma ha anche il dovere inderogabile di rimediare ad essi.

di Emilio Caja